Little people collection

Slinkachu è uno di quegli artisti che non passa inosservato, cosa non proprio semplice visto che le sue opere sono alte pochi millimetri e un osservatore distratto potrebbe calpestarle senza neppure accorgersene.

Appassionato fin da bambino di modellini in scala, Slinkachu realizza da solo i suoi “Little People” e poi li posiziona nel mondo reale, a Londra nello specifico, e quindi li fotografa. Il risultato è un’incantevole mondo parallelo dove noi “gente alta” non siamo considerati se non come vaga, mitica minaccia.

Quelle che seguono sono alcune immagini di un suo eclettico allestimento in occasione dell’evento “Nuart” presso il Rogaland Kunstmuseum di Stavanger (Norvegia).

Link e siti:

Little People, a tiny street art project:
http://little-people.blogspot.com/

Altre immagini in occasione dell’evento “Nuart”:
http://www.flickr.com/photos/40878105@N00/sets/72157601887030844/

Slinkachu su Flickr:
http://www.flickr.com/photos/40878105@N00/

Il nuovo progetto di Slinkachu, Inner City Snail
http://innercitysnail.blogspot.com/

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Un altro interessante artista che lavora con le miniature è l’Americano Thomas Doyle. Al contrario però delle opere di Slinkachu (di cui abbiamo già parlato QUI), le sue realizzazioni sono sempre e comunque vagamente inquietanti.

Doyle ha realizzato fino a questo momento tre collezioni, diverse per tema e aspetto: Distillation (Distillato) Reclamations (Rivendicazioni) e Berarings (Sostegni). Distillation raccoglie la memoria di un momento, sigillando vari frammenti di ricordi dell’autore per sempre sotto vetro. Le scene sembrano serene, quasi bucoliche, ma si tratta di una certezza apparente mentre si percepisce una continua minaccia incombere sulla vita dei personaggi ritratti.

In Reclamations, l’atmosfera dei diorami si fa più cupa e le situazioni rappresentate più estreme: la rappresaglia di una coppia che seppellisce i cadaveri di una donna ed un uomo che probabilmente ha appena ucciso (The reprisal), l’impossibile tentativo di un salvataggio da un annegamento ed il conseguente pensiero a posteriori “Se [avessi fatto questo] allora [le cose sarebbero andate diversamente] (If/then), l’improvviso cambiamento di conformazione di una superficie che inghiotte come sabbie mobili un malcapitato (Conformational change).

In Bearings, le figure lottano contro situazioni avverse, apparentemente insormontabili, e sono condannati a restare immobili attaccati ad instabili sostegni per timore di peggiorare ulteriormente le cose.

I piccoli diorama (in scala 1:43) contenuti e sigillati sotto semisfere di vetro, sono per Doyle la sintesi del mondo reale visto dagli occhi di un essere onnipotente dove è lo spettatore ad interpretare dio. Le tragedie, poiché minuscole, appaiono ad un primo sguardo quasi insignificanti ma la privata drammaticità del momento congelata nel tempo, trascina l’osservatore nella considerazione di dettagli antecedenti al fatto che non appaiono nella scena. I volti indifferenti delle miniature, prive di qualsiasi espressione, creano un vuoto che risucchia i sentimenti di chi guarda ed ognuno è portato a colmare mentalmente quell’assenza innaturale con sensazioni personali ispirate dalla scena e da questa evocate nel subconscio.

Il sito di Thomas Doyle
http://www.thomasdoyle.net

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Se analizzando il lavoro di Thomas Doyle abbiamo avuto modo di scoprire una funzione decisamente meno ludica delle miniature definendo i suoi lavori “vagamente inquietanti”, con le opere dell’italiano Adalberto Abbate sprofondiamo nel macabro più profondo.

Vorrei fare un piccolo inciso che parte da una personale (anche se diffusa) convinzione: l’odierno linguaggio tele-giornalistico, con il suo monotematico, continuo fluire di tragiche immagini (e mi riferisco a quelle pulp ai limiti del pornografico) corre serialmente il rischio di rendere indifferente l’osservatore. Ogni televisione del mondo è diversa, naturalmente, ma essendo ormai a Londra da quasi due anni non posso fare a meno di notare come qui le news (nello specifico quelle della BBC) vengano riportate in maniera totalmente diversa che in Italia. Tant’é che mentre là mi capitava spesso di ascoltare i giornalieri bollettini di guerra e disastri senza prestare reale attenzione alle notizie, qui, per impostazione dei conduttori e per stile letterario di giornalisti e redazioni, è difficile restare indifferenti. La ragione per cui scrivo questo è che, secondo me, i lavori di Abbate scaturiscono da una esperienza totalmente Italiana ed in questo caso essere Italiani e vivere o aver vissuto un certo rapporto quotidiano con la cronaca nera, facilita la comprensione delle sue opere.

Nel “piccolo mondo” di Abbate non sembra esserci scena che non racconti orribili fatti di cronaca. La cosa che rende i suoi diorama ancora più emozionalmente terribili, è il rendersi conto che lo scopo di questi plastici non è tanto quello di esprimere o suscitare un qualsiasi un sentimento, bensì quello di rappresentare la realtà attraverso l’occhio distaccato di uno spettatore abituale.

Non so se è capitato anche a voi, ma la prima cosa che mi è venuta in mente guardando queste miniature, è stato il plastico di Cogne di Bruno Vespa. Ancora oggi mi domando perché la Rai abbia deciso di ricorrere ad una trovata scenica di così cattivo gusto. Perché stilizzare una vicenda enormemente complessa riducendola alle dimensioni di una casa di bambole? Non sto parlando in termini filosofici qui, chiariamo, solo da un punto di vista prettamente visivo/comunicativo: non riesco a non pensare infatti, che anche questo coup de théâtre ha contribuito ad alimentare quel circo mediale di cui tristemente abbiamo memoria.

I diorana di Abbate rischiano di venire considerati semplici esercizi di -brutto- stile se vengono allontanati dal panorama contemporaneo dell’informazione Italiana. Ma se li riconduciamo alla realtà dei plastici di Vespa e dei talk show di Costanzo, una nuova lettura sembra più appropriata, quella della critica. La gente è ormai indifferente alla cronaca nera: ha visto di tutto (vede quotidianamente di tutto) e questo ammasso informe di pseudo-informazione finisce col minimizzare l’ìmpatto emotivo che la tragica realtà ha sullo spettatore. Esattamente come accade guardando un pupazzetto di plastica agonizzare in una pozza di vernice rossa.

Il sito ufficiale di Adalberto Abbate
http://www.adalbertoabbate.com/

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L’utilizzo di miniature sta diventando un vero e proprio filone a cui in molti attingono senza curarsi troppo dell’originalità. La cosa si riduce, ovviamente, ad una folla di imitazioni più o meno riuscite che sinceramente, lasciano il tempo che trovano. Però, nel panorama gremito da banalità, ogni tanto spicca qualche idea veramente singolare ed in questi rari casi lo sforzo dell’artista è maggiormente apprezzabile proprio per essere riuscito ad avere un guizzo in più di creatività utilizzando un media ormai abusato. E’ senz’altro il caso della giapponese Akiko Ida e del francese Pierre Javelle con il loro lavoro Minimiam.

Minimiam (titolo che si potrebbe tradurre in italiano con “mini-gnam gnam”) è un’adorabile sequenza di scatti dove minuscoli personaggi, indaffarati in quotidiane faccende, si trovano alle prese con un mondo all’apparenza alieno ma che in realtà è, molto più prosaicamente, costituito da cibo.

In particolare, sono i dolci ad affascinare questi artisti. Nell’intervista che segue, i due raccontano come nasce la loro ispirazione e spiegano come tecnicamente la foto viene realizzata.

Le immagini non sono piacevoli esclusivamente da un punto di vista visivo (tecnicamente sono prossime alla perfezione) ma un valore aggiunto è senza dubbio la sottile ironia che pervade le scene.

Il sito ufficiale dedicato a Minimiam
http://www.minimiam.com/

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Come abbiamo già avuto modo di vedere, riuscire ad essere originali partendo da un media decisamente inflazionato non è semplice, sopratutto quando questo media è, come dire “pre-confezionato”. Le miniature di esseri umani non offrono molte variazioni sul tema: l’artista, anche se è bravo abbastanza da scolpirsele per proprio conto, è comunque costretto a rispettare certi standard di forme e proporzioni per ottenere un effetto realistico. Pertanto, là dove la materia prima non lascia molto spazio all’immaginazione, ecco che entra in gioco l’anima e la mente dell’artista che si trasformano in motore immobile, utilizzando la miniatura (e gli ambienti virtuali nella quale essa “vive”) come neutrale veicolo delle proprie visioni ed idee.

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Walter Martin e Paloma Muñoz sono capaci di regalerci un momento di rara poesia attraverso le loro -apparentemente- semplici creazioni. Le miniature ed i paesaggi vengono assemblati, dipinti ed impermeabilizzati e quindi racchiusi in sfere di 15 centimetri di diametro colme d’acqua ed alcool; fiocchi di silicato vengono quindi aggiunti per ottenere l’effetto “nevicata”.

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Le cosidette snow globes (le nostre “palle di neve”) cosiderate da alcuni orribili oggetti kitsch e da altri piccoli gioielli da collezione, furono inventate in Francia nella prima metà dell’ottocento probabilmente come aristocratica variazione dei fermacarte in vetro. Nel 1878 apparvero presso la Paris Universal Expo ed ebbero un tale successo che già l’anno successivo almeno cinque compagnie commerciali si dedicarono alla produzione in serie, diffondendole in tutta Europa.

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Le sfere di Martin e Muñoz non hanno però nulla a che vedere con le scontate rappresentazioni tipiche dei souvenir (quelle torri, palazzi e monumenti famosi che abbiamo visto a migliaia sulle bancarelle) nè tantomeno si avvicinano alle più artistiche raffigurarzioni di rubicondi babbi natale, o di slitte trainate da festosi pony o di tutta quella nuova corrente di oggettistica di derivazione Vittoriana che è ormai diventata parte integrante della cultura moderna.
Tutto l’opposto, in verità: le palle di neve di Martin e Muñoz racchiudono un mondo che dista anni luce dai confortevoli quadretti festivi di caminetti accesi e ghirlande di agrifoglio.

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Viaggiatori minacciati da conigli e maiali giganti, uomini con la testa imprigionata in tronchi d’albero, lupi che assediano inermi figure femminili, immobili e senza scampo chiuse nei loro cappottini anni sessanta. Un gentleman che solleva il cappello in gesto di saluto ed un altro che gli risponde staccandosi dal collo l’intera testa. E ancora, esploratori sventurati divorati da enormi ragni, una coppia che danza sulle tombe di un cimitero, due loschi figuri che si apprestano a gettare due bambini in un pozzo.

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Se le palle di neve come le conosciamo raffigurano i sogni fiabeschi della nostra infanzia, le sfere di Martin e Muñoz ritaggono i peggiori incubi. Il panorama di una campagna innevata ed un cerbiatto che cerca di brucare l’erba fra la neve, assume all’improvviso un tono sinistro quando ci rendiamo conto che dall’albero sullo sfondo pende un impiccato. Ed quei tre uomini che inseguono un bambino nudo nella tormenta, vorranno salvarlo da morte certa o stuprarlo?

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Queste visioni di tragedie e di catastrofi imminenti, appaiono ai nostri occhi gelidamente vezzose, sigillate nelle loro piccole palle di vetro. La minaccia esiste ed è ben visibile ma, racchiusa in quel minuscolo universo rarefatto dove tutto è immobile tranne la neve che continua a cadere, diventa poco più di un grazioso esercizio di estetica. E tutto sommato, non facciamo fatica ad immaginare le sfortunate vittime trascinate verso la morte dall’uragano di The Wind, piazzate in bella mostra sul caminetto del nostro soggiorno.

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Il sito ufficiale di Walter Martin e Paloma Muñoz
http://www.martin-munoz.com/

Cenni storici sulle “snow globes”
http://en.wikipedia.org/wiki/Snow_globe

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