Requiescat in pace

RIP

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Di libertà e consapevolezza

Mi ero ripromessa da tempo, di dedicarmi ad un lavoro a cui tenevo molto, la trascrizione del discorso che Corrado Guzzanti ha presentato in occasione della manifestazione “Ora basta!” organizzata nel 2003 a Milano dal Movimento dei -oggi defunti- Girotondi. Il motivo per cui vi propongo il suo intervento per iscritto invece che in video, è che questo pezzo, molto serio, a tratti angosciante e incredibilmente attuale, merita di essere letto -e magari riletto più volte- con attenzione e senza fretta. La sua complessità infatti è tale che nel breve spazio di tempo concessogli, Guzzanti è stato costretto a darne una lettura, per forza di cose, molto affrettata. È invece un documento che va esaminato attentamente in ogni suo punto, lasciando magari vagare la mente di tanto in tanto per riflettere e assorbire la notevole quantità di informazioni e di spunti civico-filosofici in esso contenuti.

Corrado_Guzzanti_Ora_Basta

“Siamo qui a difendere la libertà di informazione e la democrazia. Onestamente proprio perché sta succedendo quello che sta succedendo, viene da chiedersi: quale? Quella di prima?
Io credo che l’incredibile facilità con cui idee e leggi illiberali riescono ad affermarsi, dimostra quanto fosse fragile la democrazia che avevamo. Questa è una repubblica che negli anni ’50 e negli ultimi quaranta è stata per necessità eterodiretta, in cui la guerra fredda ha impedito e congelato l’alternanza democratica, in cui il sistema della rappresentanza politica è stato falsato e ingannato -oggi forse è anche peggiore- in cui il sistema dei partiti si è trasformato in oligarchia mettendo le mani dappertutto, occupando tutti gli spazi e riducendo le possibilità e la libertà dei cittadini fino a derubarli e opprimerli. E’ un paese in cui il popolo viene chiamato alle urne per una consultazione referendaria e poi chi è al potere decide se sia conveniente o no dare seguito al responso delle urne.

Noi non abbiamo mai avuto una democrazia matura: noi abbiamo un embrione congelato di democrazia.
Oggi invece abbiamo un potere partitocratico ancora più forte e ancora più fortemente legato alle lobby e a gli interessi dell’industria e decisamente più libero dal controllo dei cittadini. Il sistemi d’informazione sono infinitamente più lottizzati di quanto non fossero nell’Italia pre-mani pulite e direi anzi che il conflitto d’interessi si può definire come il perfezionamento e la forma estrema e compiuta della lottizzazione.
Nel nostro paese la gente vota -spesso non sa esattamente chi- e il governo che esce vincitore può permettersi di non rispettare il programma e legiferare su ciò che vuole e come vuole.
Quello che è cambiato profondamente in peggio, è il rapporto con il cittadino i cui diritti politici si riconoscono solo nel momento delle elezioni, una volta ogni tot anni come un eclisse di sole. Per il resto gli si chiede di non partecipare alla vita politica perché anche se è legittimatore non è legittimato. Si è smarrita l’idea cioè che l’elettore eserciti un controllo continuo, come deve fare, sull’operato di chi ha votato.
Siamo ad un sistema di rappresentanze in cui i cittadini non eleggono un loro servitore che deve dargli conto costantemente di ciò che fa, ma eleggono un padrone che poi decide anche cosa i cittadini debbano pensare in termine di etica di cultura eccetera; come se si dovesse votare non per l’alternanza di governi democratici ma per la l’alternanza di dittature.
È maturata con l’era Berlusconi, l’idea che il voto elettorale sia un assegno in bianco e che il potere di una maggioranza di governo possa travolgere qualunque regola costituzionalmente condivisa, legiferare e mettere le mani nelle scelte più individuali delle persone, i rapporti di coppia, il sesso, l’educazione dei figli.

Ad esempio, questo assoggettamento alla chiesa cattolica: chi l’ha deciso? Qui non è il problema dell’essere o non essere cattolici, né astrattamente il problema della laicità dello stato; è proprio che nel ventunesimo secolo io possa, e magari sono anche credente, avere la libertà di non riconoscere alla chiesa e alla cultura cattolica il primato dell’etica. Chi ha deciso per me? Quale scheda ho votato in cui mi si chiedeva se aderisco globalmente ai principi di una religione (che per altro ha alle spalle una storia di massacri)? Che potere di controllo ho io che li ho votati se fanno una legge, per altro nella trasversalità delle loro coscienze cattoliche, che li porta a fare questa roba aberrante della fecondazione assistita col reimpianto obbligato degli embrioni in eccesso?

Ma il punto che mi interessa è questo: come faccio io cittadino ad esprimere il mio parere su questi problemi se l’unica cosa che mi è concessa è votare ogni 5 anni un candidato che per altro ha lo stesso manifesto elettorale del suo avversario?
Alla democrazia oggi si pensa astrattamente come al sistema delle regole. A me sembra riduttivo: la democrazia secondo me è una filosofia, è una cultura, è un progetto politico. La democrazia, lo dico in senso buono, è un’ideologia, è un progetto di trasformazione della società. Chi crede nell’ideologia democratica, di fronte ai problemi della società ha un preconcetto, un pensiero guida, un obbiettivo che si potrebbe riassumere in questa frase: come possiamo fare perché il diritto, la libertà di scegliere e di decidere nel nostro paese ci sia per tutti, sia accessibile a tutti e sia la più estesa possibile? Questa idea travalica i confini della politica.

Chi crede nella democrazia, e ad esempio fa informazione, vuole contribuire ad arricchire il lettore perché possa capire di più e quindi crearsi una propria opinione. Si preoccupa quindi di rendere l’informazione più completa e fruibile per tutti. Chi fa l’insegnante e crede nella democrazia, sa che il suo compito è trasmettere il sapere a tutti quelli che ascoltano le sue lezioni; se gli studenti hanno difficoltà, considera la cosa una sua mancanza e non una degli studenti e invece di bocciarli, cerca di trovare il linguaggio giusto per coinvolgerli nel processo dell’apprendimento, per renderli poi più padroni in futuro di fare scelte libere e consapevoli della loro vita.
Chi crede nella democrazia al di là di come vota, ha già una precisa identità politica. La democrazia è lo sviluppo sistematico dell’idea di libertà ma anche la libertà è un’idea in movimento, è un concetto relativo. Non esiste una persona libera in assoluto. La libertà è un dominio: sei libero rispetto a che? Un uomo nato nella giungla che impara a sopravvivere è libero di fare ciò che vuole, anche di uccidere ma non è libero di scegliere o non scegliere ciò che non conosce. Può scorrazzare tra le frasche e ciondolare dalle liane ma non è libero ad esempio di leggere un libro; nessuno glielo impedisce fisicamente e con una legge, non è libero perché non sa che esistono i libri.

La democrazia come progetto dovrebbe quindi preoccuparsi non soltanto di garantire le libertà base del cittadino in rapporto agli altri, e cioè le regole di convivenza, ma allargare gli spazi decisionali di un individuo oltre a quelli di cui ha coscienza di disporre.
Chi è veramente democratico non dovrebbe solo tollerare o garantire la libertà d’informazione dovrebbe averne il culto. Ma l’informazione non è la semplice completezza dei dati e delle notizie, è anche il luogo in cui le idee si confrontano ad armi pari, è educativa in se perché è la ginnastica dello spirito critico, ovvero permette insieme l’ampliamento della possibilità di scelta e quello della consapevolezza della scelta.

La televisione degli ultimi anni ha fatto danni non soltanto e non prevalentemente perché ha creato modelli diseducativi e premiato e promosse e dato sempre più spazio a personaggi come dire, non intellettualmente attivi, ma sopratutto perché non ha dato spazio anche ad altro, impedendo un confronto con modelli di vita e ambizioni diverse. La gente è invitata, nella grande complessità dei programmi televisivi, a occuparsi di sesso e di calcio, spesso contemporaneamente (!) Io penso che non solo il cittadino abbia diritto all’informazione ma ha diritto di chiedere di essere stimolato, attratto e consultato anche su argomenti di cui non si interessa. L’informazione e la libertà sono anche la creazione e la crescita di questi nuovi interessi.

Il sistema è complessivamente diretto a rendere difficile l’accesso delle informazioni, esattamente come è complicato e faticoso accedere a dei servizi pubblici che spettano di diritto. Nei termini della partecipazione pubblica e della vita politica, specialmente quando ci si avvicina alle elezioni, la vista viene poi annebbiata da questa farsa della nuova guerra fredda che serve appunto ad instaurare paura, a fare credere che ci siano scelte di campo, differenze quasi razziali tra destra e sinistra così come ci sono tra persone normali e magistrati; anche qui, ovviamente, lo scopo è alzare il livello emotivo dello sconto per tenere basso quello critico. Qualunque tema che riguardi una questione puramente democratica come il conflitto di interessi, viene ridotto attraverso la propaganda a semplice arma nella lotta per il potere fra destra e sinistra, quindi è strumentale, quindi perde ogni valore ideale; anche chi dice “la legge è uguale per tutti” lo dice per uno scopo politico.

Due anni fa Berlusconi, per sue convenienze personali e perché i sondaggi glielo consigliavano, ha deciso di privare gli Italiani ai quali chiedeva di eleggerlo a capo del governo, del frammento d’informazione centrale e decisivo in ogni democrazia che attraversa un periodo elettorale: il confronto diretto tra due candidati premier. Non gli importava confrontare i due programmi perché pensava, ed aveva ragione, che avrebbe vinto lo stesso. È una delle dimostrazioni più sfacciate e drammatiche di cosa pensi dell’informazione: l’informazione non ha alcun valore etico; ha solo il valore strumentale della propaganda ed è uno strumento ad uso suo, e non degli Italiani.
Berlusconi ha trasformato culturalmente sia le questioni personali che le questioni di principio, in questioni politiche nel senso basso del termine. Uno dei danni maggiori che questo produce, è un clima di schizofrenia che favorisce il proliferare delle contraddizioni grazie al quale il concetto stesso di democrazia va in tilt, come il conflitto di interessi che la legge Gasparri adesso ha eletto a regola; senza parlare dell’altro conflitto di interessi, quello con la magistratura.

Mentre la magistratura, e cioè lo Stato, esamina diciamo la legittimità sociale di un individuo, quello si fa eleggere e quindi legittimare politicamente; fatto ciò sostiene che il mandato popolare sopraffà e annulla il valore del giudizio della magistratura e anzi lo autorizza ad evitarlo per via legislativa. A quel punto sembra quasi che siano i cittadini a trovarsi in conflitto con la magistratura e cioè con lo Stato.

Il problema è che, diversamente dai regimi autoritari, nei regimi democratici i cittadini e lo stato sono la stessa cosa.

Proprio il persistere di queste dinamiche distorte, distrugge il sistema immunitario della democrazia; c’è il rischio che la gente finisca per pensare che la società, anche in senso alto e ideale, sia solo uno scontro tra lobby che lottano per interessi privati e la scelta elettorale debba forse andare a quella che nel perseguirli possa, magari come effetto collaterale, dare qualche vantaggio a certe categorie.

Credo che l’unico anticorpo possibile consista nel creare non una nuova entità politica ma quella cosa che le democrazie sane e vere hanno e noi ancora no e cioè una forte e solida opinione pubblica. I movimenti in generale non piacciono, si ha l’impressione che generino un sentimento preconcetto di antipatia, come si trattasse dei teppisti della curva che fanno casino.
Paradossalmente si è sentito sollevare da questa maggioranza una questione di legittimità; ci sono ventimila persone in piazza: con che diritto manifestano? Chi li ha votati? Chi rappresentano? La risposta ovviamente è: rappresentano ventimila persone in piazza.

In Italia si deve rimparare che l’elezione dei rappresentanti politici non sostituisce la rappresentanza politica di se stessi.”

Corrado Guzzanti, 14 Dicembre 2003

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Lettagate

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Dunque il 23 settembre è uscito il primo numero de il Fatto, il quotidiano di Padellaro alla guida di una “sporca dozzina” capitanata dal portabandiera Travaglio. Nemmeno il tempo di far asciugare l’inchiostro sulla prima pagina che già Palazzo Chigi aveva inviato una smentita. Se non è un record questo, poco ci manca.

Ho la netta sensazione che tutti i partiti del panorama politico italiano fossero già all’erta con i piedi sui blocchi di partenza per lo scatto alla replica immediata. Da qualsiasi punto cardinale fosse arrivato l’attacco, i solerti portaborse governativi erano pronti a proteggere i propri condottieri con barricate di risme in formato A4, preparate in anticipo come i coccodrilli e già belle e pronte per una pubblicazione lampo.

D’altra parte, si sa, il Fatto è Travaglio e l’idea che certi personaggi si son fatti di lui, è quella di un giornalista tignoso con le scarpe piene di sassolini da togliersi. Peccato che mentre tutti erano impegnati ad indossare le mute anti-Travaglio, Peter Gomez e Marco Lillo sgusciavano furtivamente nell’ombra e producevano loro l’articolo di testata del primo numero del neonato giornale.

Sottovaluntando l’esperienza e l’intelligenza di Padellaro e sicuri che l’argomento principe di questo numero avrebbe grattato il fondo del barile con argomenti boccaceschi già detti e ridetti, nessuno avevano considerato che la penna di Gomez e Lillo, allievi che non avrebbero sfigurato nella classe di Woodward e Bernstein, sarebbe affondata proprio là dove l’occhio distratto dei mammuth della stampa si era guardato bene dall’indugiare. A scoperchiare vasi dall’odore nauseabondo si rischia di ritrovarsi coperti di vermi, specialmente se si sceglie di andarsene in giro con le tasche piene di avanzi semidigeriti dal potente di turno; meglio perciò sondare le profondità delle acque con l’alluce, prima di immergere il piede o tutt’al più, dare una veloce rimescolata e guardare a distanza di sicurezza cosa le bollicine portano a galla.

Watergate

30 aprile 1973: Carl Bernstein e Bob Woodward (al centro) parlano con l’editore del Washington Post Katharine Graham, con il direttore esecutivo Benjamin C. Bradlee e con il capodirettore Howard Simons all’indomani dello scoppio del Watergate.
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Ma poiché esistono ancora persone che nelle acque profonde non temono di entrarci a piè pari, in barba al gossip che tanta finta indignazione suscitò in chi per primo mischia soap dozzinali con affari privati, e affari privati con affari di Stato, il Fatto ha tenuto la schiena ben dritta e ha puntato l’arpione verso il balenottero di Gran Croce del branco, Gianni Letta, indagato da dieci mesi per abuso d’ufficio, turbativa d’asta e truffa nell’apparente disinteresse generale: non c’è che dire, un titolo che chiarisce subito, casomai vi fossero stati dei dubbi, il considerevole volume degli attributi celati sotto le pagine del quotidiano.

A dir poco bizzarre (e un tantino comiche) sono state le reazioni di governo e stampa: nella serata di quello stesso 23 settembre, Palazzo Chigi si scapicolla a smentire la notizia battuta da Gomez e Lillo ma nella fretta, trascura di verificare che dall’altra parte del guado vi sia terra ferma e dopo il balzo d’orgoglio si ritrova nelle sabbie mobili fino al ginocchio.
il Fatto, senza scomporsi, smentisce a sua volta la smentita e lo fa rendendo onore al suo nome, non con parole ma pubblicando per intero (con tanto di sigilli ufficiali) gli atti della Procura in questione. Freddi, metodici, i cronisti di Padellaro affilano le loro matite con precisione da cecchino. Non ci sono colpi da sprecare nel loro turno di sorveglienza, si agisce solo quando l’obbiettivo è nello specchio dei fatti, non un secondo prima.

Nel frattempo i giornali soprassiedono e guardano in silenzio lo svolgimento del match. Il mattino successivo escono i primi timidi commenti ma nessuno che si azzardi a prendere a testate Padellaro & C. Paura di un avversario di cui non si conosce ancora la potenza (o l’incoscenza) ma di cui, per certo, si avverte l’indipendenza? Forse; oppure, più semplicemente, certezza di non poter ribattere a fatti certificati, scritti nero su bianco, per di più su carta protocollata dalla Procura Generale della Repubblica. Per una certa stampa allo sbando, che pubblica lettere anonime travestite da documenti ufficiali, un accurato lavoro di ricerca, manuale di base di ogni vero giornalista, deve sembrare un’oggetto misterioso, qualcosa a metà tra un busto ortopedico e una camicia di forza. Non si spiega altrimenti la rapidità con cui certi araldi dell’informazione se ne liberano appena possono.

Tra i quotidiani che tentano un debole affondo c’é per l’appunto il Giornale ma Feltri -ormai dislessico persino nelle sue stesse contraddizioni- passa la mano a Francesco Cramer per scrivere uno strano articolo che vorrebbe screditare il Fatto ma finisce per ottenere l’effetto contrario. Cramer gioca la carta usurata del “copia-incolla” altresì detto metodo Travaglio, facendo notare che la notizia dell’indagine su Letta sia una zuppa riscaldata, ripresa da un vecchio numero del giornale campano la Voce. Cramer parla per esperienza, naturalmente; l’archivio del suo direttore straripa di ritagli ammuffiti e cartacce esumate da cestini altrui. Eppure, sparando la cartuccia a salve dell’articolo riciclato, Cramer mostra il fianco al giusto spirito di osservazione del lettore comune: se la notizia era già stata pubblicata da La Voce (cosa per altro sottolineata da Gomez e Lillo nel loro pezzo) per quale ragione il Giornale non ne ha mai parlato? Anzi, come mai nessun quotidiano ha pensato di approfondire la vicenda? Ancora una volta si finge di criticare il dito nella speranza che nessuno noti la luna. Peccato che la luna resti dov’è e che i lettori la vedano benissimo, grande e luminosa nel bel mezzo del crepuscolo di fine estate.

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Questo giornale, proprio come un bambino prodigio, ci darà delle soddisfazioni. E’ nato da poche ore e già la sua voce ha attirato la gente a migliaia, nelle edicole. In un paese dove appena venti persone su cento leggono un quotidiano, questo peregrinaggio ha un che di stupefacente.
Fossi in Feltri o Belpietro, qualche domanda me la farei. Una, in particolare: vale veramente la pena alimentare il becero cannibalismo di un popolo annebbiato dall’oppio catodico o non sarebbe più piacevole strapparsi via il collare e correre liberi in un mondo senza padroni? Non è troppo tardi per cambiare idea. Non è mai troppo tardi.

Intanto, lontani dalle nostre miserie, mi par di vederli, Indro ed Enzo, sorridere da lassù a questo nuovo Fatto; per quanto riguarda invece noi, bloccati quaggiù e in pericolo di ipossia da carenza di informazione, sentitamente, di cuore, ringraziamo.

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Sottozero

Dato che sono presa a scrivere un post abbastanzanza complicato, vi comunico che diserterò il blog ancora per qualche giorno. Nel frattempo, siccome un po’ tutti (perlomeno chi ne è al corrente ed ha un minimo di senso civico) sono preoccupati per le sorti di Annozero, confermato a parole dalla dirigenza Rai ma ancora, ad appena due settimane dall’inizio della trasmissione, senza un contratto che sia uno pronto e presentato per la firma, un pensiero nasce spontaneo: ma veramente la Rai vorrebbe affiancare una voce di contraddittorio per parcondicio a Marco Travaglio? Voglio dire, a un giornalista che parla di fatti citando precise carte processuali, chi gli dovrebbero affiancare, uno che mente? E quando tornerà ad occuparsi di Dell’Utri, dell’eroe Mangano, della bella letterina recapitata a Berlusconi sullo scambio alla pari canale televisivo-testa del figlio, chi gli affiancheranno, un mafioso?

Il mondo è sottosopra, un po’ come il nostro stomaco. Se la cosa non fosse drammatica ci sarebbe da sbellicarsi. Ma purtroppo lo è eccome, drammatica; lo è a tal punto che di queste cose nessun spettatore televisivo sa nulla. Precisiamo: non che cambierebbe molto; anche sapendolo, quanti scenderebbero in piazza a protestare per quel borioso rompicoglioni di Santoro e per quel saccente fazioso di Travaglio, due, trecentomila? Quisquilie, mon président!

Non viviamo sotto una dittatura, ha detto oggi il premier lamentandosi delle eccessive e false accuse rivolte alla sua persona. Lui è così democratico che accetta le critiche, dice. Lui è così democratico che sopporta in silenzio e pensa solo a lavorare per il bene del Paese. Lui è così democratico che ha denunciato in causa civile La Repubblica per un milione di euro e l’Unità per due. Ma non viviamo sotto dittatura, no; se così fosse, ai giornalisti non sarebbe concesso il lusso della difesa processuale. Dopotutto, solo nei paesi dittatoriali la giustizia è sottoposta al controllo dello Stato. Ah, ma che sciocca, quasi dimenticavo; il suo prossimo progetto è la riforma giudiziaria, giusto?

Annozero ritorna dal 24 Settembre alle 21.00 su Rai Due

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L’esercito che vorrei

La questione delle Frecce Tricolori momentaneamente in trasferta per l’esibizione nei cieli libici del 31 agosto e del 1° settembre, riporta la nostra attenzione su varie questioni -abilmente eluse dal nostro governo- riguardo certe “amicizie” strategiche tra il nostro paese e l’alleato di turno.
Lungi da me l’intenzione di addentrarmi in considerazioni storiche pro o anti-militariste (non ne ho la preparazione e inoltre c’è il rischio di dover scrivere per settimane se mi azzardassi a metter piede in questo ginepraio); vorrei invece riportare il commento fatto dal maggiore Massimo Tammaro, capoformazione delle Frecce, a seguito dell’irritante “go/no-go” della Libia riguardo l’esibizione aerea di oggi:
«Ai Libici che mi hanno chiesto ancora una volta di rilasciare il fumo verde [colore simbolo della rivoluzione libica di cui cade oggi il 40° anniversario, ndr] ho detto che siamo Italiani, siamo le Frecce Tricolori, siamo orgogliosi di poter portare e donare a loro la cosa più bella alla quale teniamo: la bandiera italiana».

Frecce02

Le Frecce Tricolori fanno parte a tutti gli effetti dell’Aeronautica Militare. I piloti della Pattuglia Acrobatica (P.A.N.) sono militari di alto grado abilitati per la conduzione di caccia bombardieri. La loro attuale assegnazione non deve far dimenticare l’originale qualifica di “Combat Readiness” (Prontezza al Combattimento); sono in parole povere veri e propri top gun, crème de la crème dell’Aeronautica Militare Italiana.
Per questa ragione, le parole del maggiore Tammaro vanno apprezzate e soppesate con la giusta attenzione: pur dovendo sottostare, per motivi di ordine gerarchico, agli ordini del Ministero della Difesa, Tammaro punta i piedi assumendosi tutte le responsabilità del caso.
«Non ci alzeremo in volo se le Frecce Tricolori non potranno stendere il fumo bianco rosso e verde».

La decisione di volare sulle Frecce Tricolori è assolutamente personale e nulla ha a che vedere con ordini provenienti da alte sfere gallonate. Si tratta in effetti di una scelta che richiede grandi sacrifici, impegno costante e rischi decisamente maggiori di quelli, se pur alti, affrontati quotidianamente dai piloti dell’Aeronautica Militare. Appartenere a questo corpo speciale significa adoperarsi per diffondere i valori pacifisti espressi chiaramente nella nostra Costituzione, valori che alcune cariche dello Stato, in particolare in questi ultimi tempi, sembrano aver dimenticato.

Art. 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Pur essendo la pattuglia acrobatica uno strumento dimostrativo della forza militare italiana, il suo primo compito è quello di rappresentare e divulgare il principio cardinale sito alla base della nostra forza bellica: l’utilizzo dell’esercito esclusivamente in difesa del nostro Paese, mai per attaccarne altri.
Va da se dunque, che il netto rifiuto del maggiore Tammaro, e con lui dell’intera pattuglia tricolore, di sottostare a questo evidente tentativo di strumentalizzazione atto a trasformare un simbolo di pace in un in vessillo in odor di militarismo, merita un plauso. Le alleanze strategiche con potenze estere, decise di volta in volta dai vari governi italiani a secondo di come tira il vento, sono spade di Damocle sospese sul capo dei cittadini che nulla possono fare per sottrarsi a questo fardello.
Il rifiuto delle Frecce Tricolori di prostrarsi alle pretese della Libia (e ai desideri di certi nostri politici smaniosi di intessere torbide relazioni con governi dall’etica, a dir poco, offuscata) rappresenta quindi un piccolo, nobilissimo gesto di ribellione. Ben venga, in tempi cupi come questi, e c’è da sperare che la tenue scintilla del dissenso venga spinta dal vento del cambiamento verso est, magari fino in Afghanistan.

Dossier “anche gli Italiani meritano il paradiso”; prova # 2: l’utilizzo di strumenti di guerra come strumenti di pace.

Gli altri video del documentario sulle Frecce Tricolori si trovano QUI»

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Per saperne di più:

Club Frecce Tricolori – official website
http://www.clubfreccetricolori.com/

Sulle Frecce Tricolori
http://it.wikipedia.org/wiki/Frecce_Tricolori

Alla scoperta delle Frecce Tricolori – David Cenciotti’s weblog
http://cencio4.wordpress.com/works/alla-scoperta-delle-frecce-tricolori/

Aeronautica Militare – Pattuglia Acrobatica Nazionale
http://www.aeronautica.difesa.it/sitoam/default.asp?idente=246

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