Oggi sarà una bella giornata

Mettiamo che vi chiamiate Oprah Winfrey e siate una delle personalità televisive più amate d’America. Mettiamo che qualcuno vi dica “come ogni anno stiamo preparandoti il party per l’inizio del tuo programma ma stavolta ti facciamo un regalo speciale” al che voi rispondete un po’ scettici “sì sì, certo” perché fate televisione da ventitre anni e ne avete viste di cotte e di crude nella vostra vita. Mettiamo che il giorno della festa, indossando la vostra bella giacchetta color canarino, vi presentiate sul palco per salutare la folla e mettiamo che vi presentino il gruppo dei Black Eyed Peas annunciandovi che canteranno in vostro onore una versione speciale di un loro famoso successo. A questo punto voi, giustamente lusingati (anche se non molto sorpresi) risponderete cortesemente “wow, grazie, un bel regalo, non me lo aspettavo proprio”. Potete scommetterci che non ve lo aspettavate: anche perché non è la canzone il regalo…

(video segnalatomi da Paolo San)

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Anche gli Italiani meritano il paradiso

In questi giorni le vicende italiane fanno molto riflettere. Qualcuno si chiede, in un moto spontaneo di -quasi- giustificabile qualunquismo, dove arriveremo o, sarebbe meglio dire, fino a quale profondità abissale arriveremo. Tempo fa ho preso la decisione di limitare il più possibile la presenza di articoli dedicati alla politica su queste pagine; è una scelta fatta per il vostro (ed il mio) bene, perché tenete presente che noi vecchi attivisti siamo come i tossicodipendenti: non tentateci con un francobollo intriso di idealismo, ripiomberemmo di lì a breve nel delirio ideologico.

Per quanto mi riguarda, ho una vaga idea di dove arriveremo: in un luogo molto, molto buio, pieno di polvere e affollato di energumeni sudati. Ma siccome, ormai tutti lo avrete capito, la realtà supera sempre l’immaginazione, la nostra stazione di arrivo sarà assai più mefitica di quello che possiamo immaginare. Pur avendo una certa fantasia, non riesco proprio a figurarmi la fine (se mai una fine ci sarà) di questa caduta libera. Mi vengono in mente dei fotogrammi sconnessi, praticamente indecifrabili che potrebbero raffigurare un Craxi redivivo rispedito nella tomba da un furibondo lancio terra-aria di monetine oppure una simpatica versione 2.0 del gioco tridimensionale dell’impiccato a Piazzale Loreto. Sia come sia, come si è detto, la realtà supererà l’immaginazione, sicché non ci rimane che procurarci una seggiolina pieghevole, un secchio di popcorn e sederci comodi in attesa che inizi il secondo tempo dello spettacolo. E magari tenere a portata di mano analgesici e digerselz in quantità industriale, ci serviranno.

Ora: riflettendo in questi giorni su come gli Italiani escono da tutta questa storia, perché se vivi all’estero è inevitabile ritrovarsi a leggere le considerazioni che la stampa (quella libera) trae sul tuo paese, mi sono resa conto che no, nonostante tutto, il popolo italiano non merita di finire all’inferno. Voglio dire, ammettiamolo, all’inferno ci siamo già, vogliamo continuare di questo andazzo anche dopo morti?! Non mi sembra il caso. Epperò; bisogna pur motivarla una nostra presenza nel Regno dei Cieli. Quindi ho cominciato a preparare un dossier (vanno molto di moda in questi giorni, i dossier) da presentarsi quando il tristo mietitore arriverà per condurci di fronte al Tribunale Supremo. In questo dossier saranno raccolte prove inoppugnabili sul perché gli Italiani meritino il paradiso. Nonostante tutto. Magari non proprio l’intero popolo italiano, ma il titolo “anche -quasi tutti- gli Italiani meritano il paradiso” mi sembrava brutto. E comunque, vabbé, lo sapete che tanto qualcuno all’inferno ci finirà, perché, se è vero quello che ci han detto e ripetuto a catechismo, sicuramente quella certa persona di nostra conoscenza non sarà in grado di corrompere quel certo Giudice!

Perciò: dossier “anche gli Italiani meritano il paradiso”; prova # 1: l’esistenza di Luciana Serra.

Io non sono un’amante della lirica né tantomeno un’esperta: ma una creatura che riesce ad eseguire con un tale pathos -rasentando la perfezione tecnica- una delle partiture più difficili (e meravigliose) della storia musicale, merita senza dubbio alcuno un posto in paradiso.

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Codici e istinto

Ogni essere umano reca impressa nel dna la capacità istintiva di riconoscere un codice quando lo vede o lo sente. Fa parte di noi, del nostro corredo genetico, perché l’intelletto umano per sua natura, ricorre a codici atavici per formulare concetti. Non è  un’operazione eseguita consapevolmente, almeno nella fase embrionale del pensiero. Questo codice-fulcro, attorno al quale ruota il successivo sviluppo del pensiero primordiale, sviluppo che si esprime con l’esplorazione del pensiero, l’esplicazione e la successiva elaborazione, non è facilmente spiegabile da un punto di vista biologico, né tantomeno comprensibile.

Parlavamo qualche articolo fa del linguaggio dei sordomuti e dei codici comunicativi. Un altro tipo di comunicazione istintivamente comprensibile per il genere umano si trova agli antipodi di quella gestuale facendo parte del linguaggio sonoro: la musica (insieme al ritmo) è, fra i codici atavici scritti nel nostro patrimonio genetico, quello più elementare e più profondamente radicato.

Bobby McFerrin (proprio quello di “don’t worry, be happy”) ha dato una brillante dimostrazione di questo peculiare istinto umano durante il recente World Science Festival. Cinque semplici note (la scala pentatonica) possono fornire ad un pubblico del tutto ignaro dell’esperimento al quale sta per essere sottoposto, un codice di comunicazione perfettamente comprensibile indipendentemente dalla razza, dal luogo di provenienza e dalle esperienze personali.

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The Icarus experience

Del bellissimo lancio dello Shuttle Endeavour di una decina di giorni fa, abbiamo già parlato; alcuni lo hanno anche seguito in diretta grazie allo streaming gratuito della NASA e di Spacevidcast, altri hanno potuto ammirarlo in differita su YouTube e anche qui, su questo blog. Dunque perché tornare ancora sull’argomento?
Perché c’è trasmissione e trasmissione, e ci sono immagini e immagini: c’è la trasmissione patinata e del lancio dedicata al grande pubblico (che anche se formato da appassionati è comunque numeroso) e poi c’è la non-trasmissione, la semplice, essenziale, dettagliata cronaca visiva dedicata a chi, questo lancio, lo ha reso materialmente possibile: le donne e gli uomini della NASA. Intendiamoci, non dedicato nel senso di un omaggio trasmesso in loro onore; al contrario, dedicato perché realizzato principalmente per dar modo a loro, tecnici e scienziati, di osservare, esaminare e studiare il lancio servendosi di un inestimabile apporto visivo, le registrazioni effettuate da nove particolari telecamere dotate di lenti grandangolari e montate in prossimità dell’orbiter Shuttle: una sull’External Tank, cioè il grande serbatoio esterno color arancione e otto sugli SRB (Solid Rocket Boosters) i due lunghi razzi bianchi fissati lateralmente al serbatoio esterno.

STS-127_boosters01

Grazie alle riprese delle speciali telecamere montate sugli SRB, è stato pos-
sibile per i tecnici NASA comprendere l’origine dei detriti notati durante il lan-
cio dello scorso 16 luglio. Si è trattato di parti del rivestimento termico strap-
patosi (senza apparente motivo) a causa dell’attrito con l’aria (le nette “sbuc-
ciature” bianche sono evidenti nel video 120 secondi circa dopo il lancio).

Di queste nove videocamere, le sei montate all’esterno dei boosters sono le più importanti. Si trovano su entrambi i missili con lo scopo di riprendere l’orbiter ed il serbatoio da sei punti di vista unici e diversi. Le due telecamere installate presso i reattori nella parte bassa dei boosters inquadrano lo Shuttle dall’ “ala” verso l’alto; la seconda coppia, posizionata al centro, inquadra da vicino il serbatoio presso uno degli agganci che lo collega allo Shuttle; la terza, fissata nella parte alta dei missili, riprende lo Shuttle dalla cabina di pilotaggio verso il basso. Oltre a queste sei, due ulteriori telecamere sono montate all’interno dei “nose caps“ (le punte dei boosters) dove sono alloggiati i paracaduti, e la loro funzione è quella di monitorare il sistema di rientro dei missili. Infine la nona, installata nella parte alta del serbatoio, assolve ad un compito più documentaristico che scientifico: è infatti questa la videocamera che ha fornito le splendide inquadrature da sotto “la pancia” dello Shuttle durante la diretta TV del lancio.

Da alcuni anni la NASA ci delizia (noi geeks) con dei montaggi ad hoc di queste riprese speciali, mixando in sequenza le sei principali telecamere esterne per mostrarci il lancio da una prospettiva che definire straordinaria è dir poco. Essere a bordo dello Shuttle nel momento del decollo è un’emozione che solo gli astronauti possono provare, ma assistere virtualmente “appollaiati” sulla punta del booster all’impressionante spettacolo dell’orbiter e dei suoi ingombranti sistemi propulsivi che si solleva dalla rampa in un’esplosione di fuoco è una di quelle esperienze che veramente ti fanno apprezzare i ritrovati audiovisivi dell’era moderna. Poco importa se le immagini non sono pulite, se gli schizzi del propellente sporcano la lente, se l’inquadratura è spesso limitata a pochi centimetri di cielo senza punti di riferimento che ci facciano capire cosa stia realmente succedendo intorno a noi. Poco importa perché il lancio, per noi comuni spettatori, non è il punto centrale di questa specifica esperienza visiva.

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Certo, è affascinante vedere le vibrazioni dell’ala mentre sfreccia ad oltre 1.000 km. orari attraverso gli strati bassi dell’atmosfera (arrivando a viaggiare ad oltre 20.000 km all’ora mano mano che il carburante viene bruciato alleggerendo quindi l’intera struttura e sparandola come un proiettile fino alla sua orbita intorno alla Terra) ma, per quanto strano possa sembrare, il momento veramente emozionate di questa documentazione informale arriva 2 minuti e 3 secondi dopo il lancio, quando i boosters, concluso il loro compito, si distaccano dal serbatoio esterno e cominciano il loro lungo, irrefrenabile viaggio verso terra. Questo particolare momento, per chi osserva, è incredibilmente toccante: lo Shuttle si solleva, allontanandosi dai razzi ormai abbandonati e continua il suo volo oltre l’Esosfera spinto unicamente dai suoi tre propulsori.

Le telecamere posizionate sui boosters continuano a funzionare (e lo faranno fino al momento dell’ammaraggio) e la documentazione visiva trasmette fedelmente la vertiginosa sensazione a metà fra la caotica caduta libera (i razzi, a causa dei residui di propellente ruotano vorticosamente nell’atmosfera) ed un angelico volo libero; un viaggio ai limiti dell’allucinante che dura poco meno di cinque minuti. Cinque minuti che però sembrano un’eternità, tale è la sensazione estraniante di questo infinito precipitare scomposto tra le nuvole. I suoni, quando presenti, sono impressionanti: i razzi si incontrano e si allontanano durante la caduta, ed il frastuono dei propulsori ancora in funzione, sembra alle nostre orecchie ciò che di più alieno la nostra immaginazione possa concepire.

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Negli ultimi secondi, giusto poco prima dell’ammaraggio, l’immagine diventa nera: si tratta delle riprese provenienti dalle telecamere installate all’interno “del nose cap”. Quando la punta viene espulsa, appena abituata l’ottica (ed i nostri occhi) all’intensa luce esterna, assistiamo alla delicata danza dei tre paracaduti che si allargano gradualmente nel cielo azzurro fino a consegnare la crisalide ormai vuota del missile alle acque turchesi dell’oceano, poetico epilogo di un viaggio che, per un lunghissimo momento. ci ha reso partecipi -seppur incolumi- della caduta di Icaro.

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Il video che segue è l’intera documentazione delle sei telecamere montate sui boosters, più le due installate nell’alloggiamento dei paracaduti. Il video è molto lungo (44 minuti) ed il sonoro va e viene perché, come già spiegato, si tratta mi materiale tecnico non elaborato. Dato che però è veramente affascinate, ho pensato di lasciarlo integro senza intervenire in alcun modo sul montaggio. Per rendere più gradevole l’esperienza, ho realizzato un mixaggio di brani a mio giudizio perfetti per accompagnare le immagini. Sotto il video infatti, potete vedere un piccolo lettore audio: se volete, fatelo partire insieme al video, l’esperienza sarà più emozionante. Ho deciso di non inserire la musica direttamente nel video perché così potete regolare i due volumi (del video e della musica) in modo indipendente.

Ultima cosa: per vedere il video a tutto schermo, fate click sulla seconda icona rettangolare da destra (e per uscire dalla visione a tutto schermo premete il tasto Esc sulla tastiera). Buona visione a tutti (e buon viaggio).

Pink Floyd – Live at Pompeii / Beethoven – Sinfonia n. 7 in La maggiore op.92.

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Per saperne di più:

Sullo Space Shuttle (in italiano)
http://it.wikipedia.org/wiki/Space_Shuttle

Sui Solid Rocket Boosters (in italiano)
http://it.wikipedia.org/wiki/Space_Shuttle_Solid_Rocket_Booster

Sull’ External Tank (in italiano)
http://it.wikipedia.org/wiki/Serbatoio_esterno_dello_Space_Shuttle

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Twitter degli astronauti (aggiornato di continuo dallo spazio!)
https://twitter.com/NASA_Astronauts

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Il silenzio e la parola

Un paio di giorni fa, mentre controllavo i post del blog per vedere se tutti si leggevano bene con il nuovo layout grafico, mi sono soffermata su uno in particolare, che aveva un brano musicale che non funzionava più. Gli amici che mi seguono da un po’ di certo ricorderanno le mie vicende con i così detti “zombies residenti”, squatters virtuali che assediano costantemente il mio altrettanto virtuale scantinato dove sono solita accatastare appunti, links momentanei e immagini per poi scriverci sopra degli articoli. Siccome ci tenevo ad condividere qui sul blog quel particolare brano (una canzone dedicata ad uno zombie è un prodigio che non può mancare nella mia collezione di eccentricità) e visto che recuperare l’MP3 era una cosa al momento un po’ complicata, sono andata a vedere se qualcuno avesse per caso aggiunto una versione video decente sul TuTubo. E l’ho trovata, ovviamente, e non solo era decente, era molto più che decente: era  geniale! E così, oltre ad inniettarmi con velocità pneumatica una bella dose di buon umore, mi ha pure ispirato questo nuovo post.deaf In America, da qualche tempo, si sta diffondendo un genere di video musicale che unisce impegno sociale e performance artistica. L’ASL – American Sign Language – è uno dei molti linguaggi gestuale utilizzato dai non udenti (sono molti perché ogni paese ne ha uno diverso). Questo tipo di comunicazione, che è naturalmente una necessità per alcuni, per altri è un affascinante codice di comunicazione, un nuovo linguaggio capace di mettere contatto abitanti di due mondi agli antipodi: il mondo del suono e quello del silenzio. Nei soli Stati Uniti il numero di coloro che utilizzano l’ASL come lingua primaria si aggira su oltre un milione (in realtà si tratterebbe di un numero molto più grande, si parla di almeno due milioni ma le statistiche a riguardo, essendo per ovvie ragioni molto difficili da eseguire, non possono essere confermate). Oltre a questa moltitudine di non udenti che utilizza l’ASL per ragioni pratiche, esiste un numero ben più alto di persone che, pur udendo e spesso anche parlando, hanno deciso di dedicarsi all’apprendimento del linguaggio gestuale per assistere sordi e sordomuti. Questa difficile disciplina, generalmente riservata ad ambiti puramente accademici o legali (interpreti scolastici o nelle corti dei tribunali, prevalentemente) ha recentemente fatto il suo ingresso in contesti assai più creativi, come la poesia e la musica.

Può sembrare assurdo, ma quello dei non udenti è, per sua natura, un linguaggio estremamente espressivo, assai più di quello orale. La parola in se stessa infatti, non è il solo media comunicativo di cui ci si può avvale nelle conversazioni orali: infatti è sopratutto il tono di voce che ci aiuta a comunicare l’emozione che la parola riassume. Ma quando ci si può avvalere solo di gesti -un po’ come accade nella scrittura- una parte essenziale del linguaggio viene a mancare. A rendere le cose ancora più complicate, il linguaggio gestuale non può avvalersi di certe raffinatezze tipiche della costruzione grammaticale e delle figure retoriche del linguaggio scritto, ma è costretto a basarsi su una semplificazione dei concetti per ottenere il risultato più pratico nel modo più rapido possibile. Questa è la ragione per cui i non udenti considerano -ed a ragione- il proprio linguaggio non una semplicemente traduzione della comunicazione orale ma è una vera e propria lingua a se stante.
Ecco dunque che là dove le innumerevoli sfumature dell’espressione vocale vengono a mancare, deve supplire un’accentuata mimica facciale insieme ad un’estrema abilità comunicativa dell’intero corpo.

Da un punto di vista prettamente figurativo, il linguaggio gestuale è affascinante; non solo perché si tratta di un codice e, come tutti i codici, deve essere intelligentemente strutturato e altamente dinamico per poter funzionare, ma sopratutto perché, proprio grazie al movimento delle mani ed all’utilizzo delle espressioni come linguaggio rafforzativo, risulta incredibilmente bello a vedersi.

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Non portò mai dimenticare la prima volta che vidi utilizzare l’ASL dal vivo. Vivevo a New York all’epoca, ed ero andata al MOMA per vedere una mostra. C’era pochissima gente e quasi nessuno parlava; chi lo faceva sussurrava. E mentre camminavo da una sala all’altra, ricordo d’aver notato due ragazze sordomute che gesticolavano animosamente davanti un’enorme tela viola fluorescente. C’era questo quadro gigantesco, appeso da solo in una stanza candida, e le due ragazze si sbracciavano in una specie di danza di mani e di dita, ridendo e discutendo senza emettere un singolo suono. Era una scena incredibilmente potente. Nel silenzio totale, i gesti, le espressione, sembravano letteralmente gridare. I movimenti repentini tagliavano il biancore asettico della sala, si sovrapponevano alla tela livida. Quel linguaggio privo di sonoro riusciva graficamente, otticamente, a lacerare l’ambiente circostante con una tale forza espressiva da lasciarmi esterrefatta. Quello a cui stavo assistendo, era per me il corrispondente linguistico dell’ultimo quadro di Lucio Fontana, il suo più sublime, quello che considero il taglio perfetto.

La domanda, naturalmente, nasce spontanea: a che pro tradurre una canzone per chi non può udire la musica? Passi la poesia, che con il linguaggio dei segni diventa performance e quindi una nuova forma d’arte, ma se togli la musica ad una canzone, quello che resta, il testo, è materiale abbastanza significativo da reggersi sulle sue stesse gambe? Ovviamente dipende dal testo (tradurre in LIS -il Linguaggio Italiano dei Segni- un brano di Fabrizio De André sarebbe interessantissimo per qualsiasi non udente, suppongo) ma dipende anche dalla musica, e assai più di quanto noi udenti potremmo immaginare.
Come per molte situazioni che sono impossibili da sperimentare “a comando”, la sordità rappresenta per la maggior parte delle persone una condizione misteriosa. Possiamo cercare di immaginare cosa significhi vivere nel totale silenzio ma comprenderlo a fondo è impossibile.

Vi racconto un’altra piccola storia personale (sperando do non annoiarvi troppo). Quando avevo circa 15 anni, andai in vacanza a Capo Nord con un gruppo di amici. Arrivati proprio là dove la terra finisce ed inizia (300 metri più in basso) il mare del Circolo Polare Artico, ho mollato tutti e mi sono allontanata per almeno un paio di chilometri. E mentre ero lì che camminavo mi sentivo molto strana, come se ci fosse qualcosa che facesse apparire quel luogo irreale. In un primo momento considerai che fosse il panorama desolato a condizionarmi, tutto muschi e rocce e certi cespuglietti duri e spinosi che al solo guardarli ti sentivi pungere dappertutto. Poi c’era il sole di mezzanotte, freddo e basso all’orizzonte, che creava lunghissime ombre color indaco nella piatta distesa arancio e verde spento. Eppure non era quello il motivo.

Nordkap

Mentre camminavo e ragionavo tra me e me come solo io so fare (cioè dimenticandomi completamente di tutto il resto) d’un tratto un grosso uccello spiccò il volo letteralmente da sotto il mio piede. Se n’era restato immobile per tutto il tempo, sperando probabilmente di non essere notato da quel bestione a due zampe che si avvicinava con aria minacciosa. Insomma, sfrecciò via emettendo un verso strano, una serie di schiocchi spaventati e quel suono, alle mie orecchie, sembrò fragoroso, quasi insopportabile. Ed in quel momento capii.
Non era la terra rugginosa, né la pianura senza orizzonte, né il pallore boreale del cielo a rendere surreale il momento. No: era il silenzio.
Un silenzio totale, terrificante, che non si può definire in altro modo se non rumoroso al punto di farti sanguinare le orecchie solo al contrario, talmente privo di suono da risucchiare dalla tua testa ogni pensiero, ogni ricordo sonoro per poi disperderli nel vento gelato di quel bianco crepuscolo.

Perciò questo è ciò che di più vicino alla sordità io abbia mai provato, e vi posso assicurare, è stata un’esperienza che non dimenticherò mai. Immaginatevi quindi nascere, crescere e vivere senza aver mai sentito un minimo suono, senza neppure poter immaginare cosa un suono sia. Come per un cieco immaginare i colori presuppone una elaborazione mentale basata sulle descrizioni di chi può vedere e, sopratutto, sulle sensazioni che colui che racconta è in grado di trasmettere, per i sordi immaginare la musica è strettamente legato alle emozioni che chi traduce un brano è in grado prima di provare e poi di trasmettere. Questa è la ragione per cui i bravi interpreti sono spesso anche bravi attori di teatro: perché devono possedere una sensibilità molto più sviluppata della gente comune per riuscire a convogliare i propri sentimenti in un singolo gesto o in una singola espressione e quindi avere la forza necessaria per proiettarli energicamente verso il pubblico.

Bene, detto questo vi lascio al video. La canzone, intitolata “Re: your brains” è probabilmente una delle più strambe e ridicole mai scritte (e altrettanto probabilmente, è l’unica canzone esistente al mondo dedicata ad un “colletto bianco” zombie). L’interpretazione ASL è del bravo (nonché adorabile) attore/traduttore/laureando in filosofia Stephen Torrence. Il brano, che si avvale di un testo veramente singolare, perde molto del suo fascino se non si capiscono le parole (sopratutto considerando che è recitata da Stephen in maniera veramente comica); così ho scritto il testo in questa pagina » traducendolo anche in italiano. Se non parlate bene l’inglese vi consiglio di leggerlo prima di guardare il video, così da farvi un’idea del significato.

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