
In questi giorni, decisa a farmi del male, mi sono messa in testa (e ogni giorno mi chiedo chi me l’ha fatto fare) di portarmi in pari con le puntate di Annozero. Dato che durante il giorno ho parecchie cose da fare, mi riduco a guardarle la notte, col risultato di non riuscire poi a chiudere occhio, e infatti sono le 6 del mattino e sto qui a scrivere (con una faccia sconvolta che è meglio se non la vedete). Due puntate fra quelle viste stanotte hanno riportato alla mia memoria (che sembrava un po’ in letargo negli ultimi anni) due fatti slegati tra loro ma egualmente indelebili. La prima puntata aveva tra gli ospiti Concita De Gregorio, attualmente direttore dell’Unità. Concita ed io ci conoscevamo quando abitavo a Vada dove lei veniva di tanto in tanto al mare. Io avevo circa 10 anni, lei uno più di me. Suo padre, il pretore Paolo De Gregorio, era un caro amico di famiglia. Nei miei occhi di bambina “difficile”, suo padre era un colosso, un colosso buono, il padre perfetto. Era sempre gentile con me, rassicurante e tranquillo, animato da quella pacatezza propria delle persone sicure, che non devono dimostrare niente a nessuno. Inoltre (e per me questo non era una cosa di secondaria importanza) era un magistrato, integerrimo e giusto e capace di profondere umanità in ogni causa trattata (a quei tempi era probabilmente la norma ma ricordarlo in questi pazzi tempi moderni mi mette comunque un po’ di tristezza).

Per qualche strana ragione, ricordo un’istantanea molto dettagliata di noi due in riva al mare, presso il piccolo molo di scogli di Vada che si trovava tra due bagni, la Barcaccina ed il Lido. Non sono certa se quello che segue sia un ricordo autentico o un artefatto apocrifo della mia memoria, ma mi pare che alla mia domanda “cosa vuoi fare da grande” lei rispondesse subito e senza esitazione “la giornalista”. Nel mio cervellino di bambina ricordo che pensai “come me, la giornalista o l’avvocato” e, guardate, questo pensiero non era tanto campato in aria, perché si dà il caso che a quei tempi mi prendessero in giro dicendo che sarei stata un avvocato difensore perfetto, visto che, a dire di tutti, ero petulante e polemica. A forza sentirmelo ripetere in tono dispregiativo, ho finito per odiare anche la sola idea di avvicinarmi alla magistratura, e forse è stato meglio così, chi lo sa. Ma la giornalista, maledizione, quella veramente avrei voluto diventarla! In verità ho anche cercato, con le unghie e con i denti e da autodidatta e per un certo periodo ci sono pure riuscita, ma ci sono dei limiti per chi è cresciuto in un minuscolo paese senza la guida solida di qualcuno che, vedendoti completamente in palla di fronte al futuro, ti prende da parte e ti fa un discorsetto serio riguardo le tue potenzialità acerbe. Ora voi vi domanderete cosa c’entra la memoria di una amicizia, tutto sommato abbastanza piacevole, con il titolo amaro del post; e io vi rispondo che c’entra. C’entra perché non capita tutti i giorni di scoprire, a trent’anni di distanza che una persona che si è conosciuto ed ammirato da ragazzini sia riuscita a diventare esattamente quello che avreste voluto diventare voi. Guardando la trasmissione di Santoro, per un attimo il puerile pensiero “potrei essere in Italia a fare quello che pochi giornalisti fanno di questi tempi, vera informazione” ha attraversato la mia mente. Chiaro poi che di Travaglio ce n’è solo uno e che c’è giornalista e Giornalista, ma la cosa che per un momento mi ha rattristata non stato il fatto di vedere qualcuno capace come Concita occupare il posto che merita, quanto di scorgere in lei il fantasma di me stessa bambina, con gli stessi suoi sogni e le sue ambizioni ma senza alcuna speranza al mondo di poterli mai realizzare.
Una volta, tanto tempo fa, un’amica mi ha detto che tutti prima o poi tutti finiscono per invidiare qualcun altro, nessuno escluso. Io, dopo aver ascoltato i puntuali interventi della De Gregorio ad Annozero, posso dire che non è vero, ma proprio per nulla. La gioia che provo per lei è ciò che di più alieno all’invidia possa esistere, e sono orgogliosa di averla avuta, anche se solo per un poco, come amica. Semmai è me stessa che non riesco a perdonare, me stessa e quel pensiero autolesionista, così retorico, così qualunquista, che mi fa chiedere: cosa sarebbe successo se avessi avuto un padre come il suo? Cosa ne sarebbe stato di me se chi allora assisteva, probabilmente senza nemmeno accorgersene, allo sbriciolarsi inesorabile della mia confusa, incerta adolescenza, mi avesse preso da parte e dato l’opportunità di capire ch’io realmente fossi, mostrandomi (non con scetticismo ma con fiducia) le mie potenzialità e le mie qualità? Non lo sapremo mai, naturalmente. Forse in un’altra vita, se la storia della reincarnazione è vera (ma, ovviamente, io non ci credo).

La seconda memoria è, se possibile, ancora più amara. In un’altra puntata di Annozero che ho visto, c’era fra gli ospiti Marco Pannella. Dall’ultima volta che con Marco ci siamo frequentati sono passati (fatemi fare due conti…) 15 anni. Rivederlo oggi è stato per me, a dir poco, devastante. La vecchiaia non fa ostaggi, e se li fa è perché chi invecchia si ribella con tutto se stesso all’idea della morte, e Marco è sempre stato un ribelle. Eppure, nonostante la difficoltà dialettiche, l’evidente crudeltà non solo del tempo che passa, ma anche dei digiuni e di un’operosità ai limiti dell’autodistruzione, guardandolo in quegli occhi celesti per un attimo l’ho riconosciuto. Perché io Pannella, al contrario della stragrande maggioranza delle persone, l’ho conosciuto più dal lato umano che da quello politico. Vorrei fare un piccolo riassunto: nel 1994/95 vivevo a Milano, e per ragioni del tutto casuali, mi ritrovai invitata ad una riunione del Club Pannella da amici di amici. Quando misi piede la prima volta alla sede di Corso di Porta Vigentina, mai e poi mai mi sarei immaginata cosa sarebbe successo da lì a pochi mesi. Siccome, veramente, a volte il destino si accanisce sugli ingenui, mi ritrovai, dopo qualche settimana, nel mezzo di una tempesta politica di proporzioni bibliche. La sede di Milano aveva dei problemi con Roma (ma io non lo sapevo) così Roma decise di inviare un “commissario” a controllare cosa diavolo stesse succedendo. Quel commissario si chiamava Sergio D’Elia e la sua presenza era, a dir poco, non gradita dai vecchi militanti radicali e questi, per protesta, avevano deciso di boicottare il suo lavoro astenendosi dal venire in sede per tutto il tempo della visita. Il principio, probabilmente, era anche condivisibile, sennonché… beh, a me nessuno aveva detto nulla. Questo si deve ricollegare al fatto che buona parte dei “vecchi irriducibili compagni” detestava l’idea che io, nel mio piccolo, mi dessi da fare più di loro. Una dose di sano nonnismo, insomma. Eppure, proprio a causa del loro aristocratico disprezzo nei miei confronti, la vostra affezionatissima si ritrovò faccia a faccia con D’Elia una bella mattina d’inverno. Io stavo lavorando in segreteria e lui arrivò, chiedendo dove fossero tutti. Gli risposi che non ne avevo idea. Anzi, che non sapevo nemmeno che qualcuno stesse arrivando da Roma. La situazione era ridicola. D’Elia non sapeva bene cosa fare. Io, che non sopportavo l’idea che i compagni della sede di Milano facessero una figura da peracottari con Roma (e se leggessero oggi questo sono certa che non mi crederebbero mai ma io cercavo veramente di salvargli la faccia, vai a fare i piaceri agli ingrati), mi offrii di aiutarlo nei limiti della mia esperienza (che era praticamente inesiste). Quell’offerta e la gratitudine di D’Elia mi catapultò un un mondo parallelo che ancora, a ripensarci adesso mentre scrivo, sembra impossibile. Divenni la sua assistente, aiutata dalla bravissima (e per me indispensabile) Licia Ribolla, prima fra tutti a rivoltarsi al branco per correre in mio soccorso. Siccome il mio compito non era tanto politico quanto organizzativo, lavorammo tutti e tre (ed in seguito insieme ad altri seri attivisti) d’amore e d’accordo per tutto il tempo di permanenza di Sergio a Milano. Ho un ricordo meraviglioso di quei giorni, in sede dall’alba fino a notte inoltrata con la testa china sui documenti e l’orecchio appiccicato ai telefoni, una roba da fare uscire pazzo chiunque ed è in effetti lì che probabilmente ho lasciato buona parte del mio senno, e mi sa pure Licia. Con D’Elia organizzammo una serie di conferenze stampa ed anche il pre-Congresso Interregionale del Nord, un comizio dove intervennero Pannella ed una dozzina di altri esponenti del partito, Benedetto della Vedova (quanto bene gli volevo a quell’uomo!), Max Bruschi (volevo bene anche a lui, ma in maniera un tantino più… ehm… carnale direi), Alessandro Litta Modignani (dallo stile ineguagliabile ed un occhio attento per le scarpe di classe e fra lui e Bruschi facevano a chi si vestiva più elegante) e poi Dalla Costa, Teardo, Sergio Ravelli, Giorgio Inzani, il mitico -veramente- Lorenzo Strik Lievers ed altri ancora che al momento mi sfuggono.

Benni della Vedova (al centro) e Sergio D’Elia (a destra) oggi
Morale della favola: tutto funzionò come un orologio, e quando Marco ci raggiunse a Milano, venne da me e mi ringraziò del lavoro fatto e poi mi offrì un sigaro che, per l’occasione riuscii a rifiutare -ma il trappolone si sarebbe ripresentato presto e senza possibilità di declinare l’invito, con risultati decisamente esilaranti-. Finito tutto, Pannella mi invitò a Roma per aiutarli nell’organizzazione del 1°Congresso Nazionale dei Riformatori che si sarebbe tenuto all’Ergife dal 16 al 19 febbraio del ‘95. Fu un’esperienza che richiederebbe interi capitoli per descriverla adeguatamente. Roma è una città meravigliosa, specialmente se chi ti porta in giro è un gruppo di pazzoidi attivisti che sembrano usciti paro paro da “La storia siamo noi: il Movimento del ‘77″. Un gruppo di Nanni Moretti al cubo, non so se mi spiego. Credo, senza esagerare, che sia stato il periodo più bello della mia vita. Si passeggiava per la città con la sicurezza (e l’ingenua spavalderia) di chi è convinto che cambiare il mondo si può (e si deve). Pannella mi ospitò in un bellissimo appartamento che metteva a disposizione degli attivisti provenienti da fuori città. Avevo una coinquilina, di cui però ricordo pochissimo, a parte il fatto che era gentile ed aveva orari totalmente diversi dai miei sicché non ci incontravamo praticamente mai. Di Marco ricordo due scene, nitide come se fossero scolpite nella mia memoria. La prima siamo io e lui che attraversiamo una strada larghissima e trafficatissima, credo fosse Milano e credo ci stessimo recando ad una radio dove lo dovevano intervistare. Siccome le macchine sfrecciavano a 100 all’ora, nonostante si fosse in piena città, io mi guardavo da una parte e dall’altra certa che se avessi messo un solo piede giù dal marciapiede mi avrebbero falciata. Allora Pannella mi mise una delle sue manone sulla spalla e mi disse “guarda che se aspetti che ti facciano passare puoi aspettare per sempre” e tenendomi vicina, si mise ad attraversare con un passo talmente solenne, talmente potente, che tutte le macchine si fermarono. Ricordo che gli risposi “eh, ma tu sei alto due metri, a me non mi vedono nemmeno se m’investono!”. Lui rise per mezz’ora.
Il secondo ricordo è di me seduta di fronte la sua scrivania, lui che lavorava sulla sua metà ed io sull’altra. Era lì che mi aveva offerto per la seconda volta il sigaro dicendo “devi imparare a fumarlo, sei tipa da sigaro tu” e come fai a dire di no a Pannella che dice una cosa del genere? Mentre succhiavo quel coso mostruoso, ed il mio colorito toccava ogni gradazione di verde possibile immaginabile (con suo immenso divertimento) Marco ad un certo punto mi chiese cosa pensassi di lui. Gli risposi che io di politica ci capivo poco o niente e lui disse “appunto per questo te lo chiedo”. Allora gli risposi che la sua eredità sarebbe stata dilaniata dagli squali che lui stesso stava allevando e che non facevano altro che girargli intorno. Lui annuì e parve apprezzare il commento. Ero sincera e sono sicura che lo capì. Anche se qualche volta giocava a fare lo stordito, a me non mi ha mai fregato: capiva sempre tutto al volo, Marco.
Ecco; questi due diversi ricordi, quello di Concita De Gregorio citata all’inizio e quello di Pannella, per quanto diversi tra loro, hanno una cosa in comune: la domanda che mi porto dietro da anni riguardo “cosa sarebbe successo se?”.
Ma forse la vera domanda è un’altra: io, chi sono?
Sono l’illustratrice che disegna graziose immagini con cieli turchini e ragazze in bikini? Sono la fotografa che trascorre le giornate scattando gigabytes di paesini toscani/strade londinesi/still life da pubblicità? Sono l’attivista politica, sono il magistrato mai realizzato, la scrittrice satirica, la giornalista che ormai solo sul proprio blog può lavorare?
Non lo so. E non so più nemmeno perché sono qui, in questa città. Probabilmente c’è una ragione, deve esserci una ragione.
Il problema che in questo momento non la ricordo.
Di sicuro so soltanto che avrei meritato di più, avrei meritato di meglio.
Ma infondo non è quello che dicono tutti?
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Ritrovamenti archeologici:
Per chi fosse interessato, sono riuscita a scovare nei meandri della rete, parte della lettera che scrissi quando lasciai il partito. Se siete curiosi la trovate QUI (e un grazie a Licia che, senza sapere che un giorno l’avrei ritrovato, ha salvato dall’oblio questo pezzetto della mia storia).
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* NOTA: il titolo è tratto da una poesia de Kipli che qui aggiungo a chiusura di questo melodrammatico post. Giusto perché nemmeno io riesco a reggermi per più di mezz’ora quando sono triste, figuriamoci voi…
Perduto amore
Cosa ci resta dei nostri ricordi?
Cosa ci resta del nostro perduto amore?
Quando ci siamo lasciati eri alto, magro e muscoloso, con una folta chioma di capelli biondi.
Quando ieri ti ho rivisto eri un nano, grasso, calvo e flaccido, con due orribili baffi incolti e neri…
Ma perché fingere di non riconoscermi?
(1992 Kipli/Corrado Guzzanti)


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