Un fotografo(ed eccelso scrittore)che idolatro: Troy Paiva.Usate lo slideshow per guardare i set, meritano veramente. http://twurl.nl/cphjiu7 hours ago
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Space Shuttle Endeavour tocca felicemente il suolo dopo 16 giorni di missione.
Nei prossimi giorni la NASA TV ed il canale in streaming Spacevidcast, trasmetteranno repliche, riassunti e documentari riguardo la missione STS-127 insieme alla conferenza stampa degli astronauti e dello staff.
Get the glass
Questo gioco dalla grafica mozzafiato è stato realizzato dallo studio svedese North Kingdom per la campagna pubblicitaria della California Milk Processor Board intitolata “Got milk?”. L’idea -vincente- alla base del progetto è quella di utilizzare la tecnologia 3D per creare un virtuale gioco da tavolo. In effetti l’illusione è totale: io, che nella mia infanzia ho trascorso ore e ore a giocare con gli amici tirando dadi e muovendo segnalini colorati su una plancia di cartone, sono andata a dir poco in brodo di giuggiole vedendo il risultato finale. Unico lato negativo: il gioco, a tratti, è veramente difficile; preparatevi ad essere spediti ripetutamente al carcere di Milkatraz!
Pencil Rebel
Un elfo, il dottor Esculap, ha inventato un siero capace di ingrandire le proprie dimensioni. Insieme al suo amico Bert, è fuggito da Elfland rifugiandosi nel mondo degli umani ma il re degli elfi, servendosi delle ultime gocce della pozione, ha inviato degli agenti segreti sulle loro tracce per impadronirsi della formula. Il dottor Esculap è stato alla fine catturato e Bert è l’unico che possa liberare l’amico. La grafica è deliziosamente naïf, in cartoncino ritagliato e dipinto, ed i rompicapo sono veramente piacevoli da giocare.
Tipping Point 4
Quarto capitolo del mistery game ideato e realizzato da Dan Russell-Pinson. Graficamente “lussureggiante” e molto curato per quanto riguarda gli effetti sonori e l’originalità della storia, la quarta parte del gioco è sensibilmente più difficile dei precedenti episodi. Fortunatamente in nostro soccorso viene il walkthrough, inserito direttamente nel menu del gioco.
Physicsgames
Di solito non faccio recensioni ad interi siti perché preferisco parlare dei singoli giochi, ma ci sono delle volte che proprio non si può farne a meno. Physicsgames.net è una di queste. Si tratta un vero e proprio parco di divertimenti dedicato esclusivamente all’applicazione delle leggi della fisica come metodo di risoluzione di giochi molto divertenti (e intelligenti).
Jelly towers, uno spassoso gioco dove bisogna nutrire con
tremolanti gelatine alla frutta, una Hydra dalle molte teste.
Pastel Games
Questo è un altro sito in continuo aggiornamento per quanto riguarda le intriganti creazioni di Mateusz Skutnik (prolifico autore della saga Submachine). I point and click games presenti nel sito sono ormai talmente numerosi e talmente interessanti, che meriterebbero ognuno un articolo a parte. Decisamente da aggiungere ai “preferiti” e da visitare frequentemente.
Space Oddity, uno degli ultimi visionari titoli della Pastel Games
Amanita Design: Machinarium
La Amanita Design (come ormai molti sapranno) è un piccolo studio di grafica multimediale fondato dall’artista Jakub Dvorsky insieme dall’animatore e programmatore Vaclav Blin. Negli ultimi due anni, gli artisti hanno realizzato dei veri e propri gioielli ludici (due fra tutti Samorost e Samorost 2) guadagnando fama e rispetto non solo nel mondo dei videogiochi ma anche in quello dell’arte. La loro ultima fatica, Machinarium, è ormai giunto alle ultime fasi della programmazione. In trepidante attesa di poterlo finalmente ammirare (e giocare) eccovi un’anteprima -anzi due- di quello che si preannuncia il capolavoro assoluto della Amanita.
Del bellissimo lancio dello Shuttle Endeavour di una decina di giorni fa, abbiamo già parlato; alcuni lo hanno anche seguito in diretta grazie allo streaming gratuito della NASA e di Spacevidcast, altri hanno potuto ammirarlo in differita su YouTube e anche qui, su questo blog. Dunque perché tornare ancora sull’argomento?
Perché c’è trasmissione e trasmissione, e ci sono immagini e immagini: c’è la trasmissione patinata e del lancio dedicata al grande pubblico (che anche se formato da appassionati è comunque numeroso) e poi c’è la non-trasmissione, la semplice, essenziale, dettagliata cronaca visiva dedicata a chi, questo lancio, lo ha reso materialmente possibile: le donne e gli uomini della NASA. Intendiamoci, non dedicato nel senso di un omaggio trasmesso in loro onore; al contrario, dedicato perché realizzato principalmente per dar modo a loro, tecnici e scienziati, di osservare, esaminare e studiare il lancio servendosi di un inestimabile apporto visivo, le registrazioni effettuate da nove particolari telecamere dotate di lenti grandangolari e montate in prossimità dell’orbiter Shuttle: una sull’External Tank, cioè il grande serbatoio esterno color arancione e otto sugli SRB (Solid Rocket Boosters) i due lunghi razzi bianchi fissati lateralmente al serbatoio esterno.
Grazie alle riprese delle speciali telecamere montate sugli SRB, è stato pos-
sibile per i tecnici NASA comprendere l’origine dei detriti notati durante il lan-
cio dello scorso 16 luglio. Si è trattato di parti del rivestimento termico strap-
patosi (senza apparente motivo) a causa dell’attrito con l’aria (le nette “sbuc-
ciature” bianche sono evidenti nel video 120 secondi circa dopo il lancio).
Di queste nove videocamere, le sei montate all’esterno dei boosters sono le più importanti. Si trovano su entrambi i missili con lo scopo di riprendere l’orbiter ed il serbatoio da sei punti di vista unici e diversi. Le due telecamere installate presso i reattori nella parte bassa dei boosters inquadrano lo Shuttle dall’ “ala” verso l’alto; la seconda coppia, posizionata al centro, inquadra da vicino il serbatoio presso uno degli agganci che lo collega allo Shuttle; la terza, fissata nella parte alta dei missili, riprende lo Shuttle dalla cabina di pilotaggio verso il basso. Oltre a queste sei, due ulteriori telecamere sono montate all’interno dei “nose caps“ (le punte dei boosters) dove sono alloggiati i paracaduti, e la loro funzione è quella di monitorare il sistema di rientro dei missili. Infine la nona, installata nella parte alta del serbatoio, assolve ad un compito più documentaristico che scientifico: è infatti questa la videocamera che ha fornito le splendide inquadrature da sotto “la pancia” dello Shuttle durante la diretta TV del lancio.
Da alcuni anni la NASA ci delizia (noi geeks) con dei montaggi ad hoc di queste riprese speciali, mixando in sequenza le sei principali telecamere esterne per mostrarci il lancio da una prospettiva che definire straordinaria è dir poco. Essere a bordo dello Shuttle nel momento del decollo è un’emozione che solo gli astronauti possono provare, ma assistere virtualmente “appollaiati” sulla punta del booster all’impressionante spettacolo dell’orbiter e dei suoi ingombranti sistemi propulsivi che si solleva dalla rampa in un’esplosione di fuoco è una di quelle esperienze che veramente ti fanno apprezzare i ritrovati audiovisivi dell’era moderna. Poco importa se le immagini non sono pulite, se gli schizzi del propellente sporcano la lente, se l’inquadratura è spesso limitata a pochi centimetri di cielo senza punti di riferimento che ci facciano capire cosa stia realmente succedendo intorno a noi. Poco importa perché il lancio, per noi comuni spettatori, non è il punto centrale di questa specifica esperienza visiva.
Certo, è affascinante vedere le vibrazioni dell’ala mentre sfreccia ad oltre 1.000 km. orari attraverso gli strati bassi dell’atmosfera (arrivando a viaggiare ad oltre 20.000 km all’ora mano mano che il carburante viene bruciato alleggerendo quindi l’intera struttura e sparandola come un proiettile fino alla sua orbita intorno alla Terra) ma, per quanto strano possa sembrare, il momento veramente emozionate di questa documentazione informale arriva 2 minuti e 3 secondi dopo il lancio, quando i boosters, concluso il loro compito, si distaccano dal serbatoio esterno e cominciano il loro lungo, irrefrenabile viaggio verso terra. Questo particolare momento, per chi osserva, è incredibilmente toccante: lo Shuttle si solleva, allontanandosi dai razzi ormai abbandonati e continua il suo volo oltre l’Esosfera spinto unicamente dai suoi tre propulsori.
Le telecamere posizionate sui boosters continuano a funzionare (e lo faranno fino al momento dell’ammaraggio) e la documentazione visiva trasmette fedelmente la vertiginosa sensazione a metà fra la caotica caduta libera (i razzi, a causa dei residui di propellente ruotano vorticosamente nell’atmosfera) ed un angelico volo libero; un viaggio ai limiti dell’allucinante che dura poco meno di cinque minuti. Cinque minuti che però sembrano un’eternità, tale è la sensazione estraniante di questo infinito precipitare scomposto tra le nuvole. I suoni, quando presenti, sono impressionanti: i razzi si incontrano e si allontanano durante la caduta, ed il frastuono dei propulsori ancora in funzione, sembra alle nostre orecchie ciò che di più alieno la nostra immaginazione possa concepire.
Negli ultimi secondi, giusto poco prima dell’ammaraggio, l’immagine diventa nera: si tratta delle riprese provenienti dalle telecamere installate all’interno “del nose cap”. Quando la punta viene espulsa, appena abituata l’ottica (ed i nostri occhi) all’intensa luce esterna, assistiamo alla delicata danza dei tre paracaduti che si allargano gradualmente nel cielo azzurro fino a consegnare la crisalide ormai vuota del missile alle acque turchesi dell’oceano, poetico epilogo di un viaggio che, per un lunghissimo momento. ci ha reso partecipi -seppur incolumi- della caduta di Icaro.
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Il video che segue è l’intera documentazione delle sei telecamere montate sui boosters, più le due installate nell’alloggiamento dei paracaduti. Il video è molto lungo (44 minuti) ed il sonoro va e viene perché, come già spiegato, si tratta mi materiale tecnico non elaborato. Dato che però è veramente affascinate, ho pensato di lasciarlo integro senza intervenire in alcun modo sul montaggio. Per rendere più gradevole l’esperienza, ho realizzato un mixaggio di brani a mio giudizio perfetti per accompagnare le immagini. Sotto il video infatti, potete vedere un piccolo lettore audio: se volete, fatelo partire insieme al video, l’esperienza sarà più emozionante. Ho deciso di non inserire la musica direttamente nel video perché così potete regolare i due volumi (del video e della musica) in modo indipendente.
Ultima cosa: per vedere il video a tutto schermo, fate click sulla seconda icona rettangolare da destra (e per uscire dalla visione a tutto schermo premete il tasto Esc sulla tastiera). Buona visione a tutti (e buon viaggio).
Pink Floyd – Live at Pompeii / Beethoven – Sinfonia n. 7 in La maggiore op.92.
Un paio di giorni fa, mentre controllavo i post del blog per vedere se tutti si leggevano bene con il nuovo layout grafico, mi sono soffermata su uno in particolare, che aveva un brano musicale che non funzionava più. Gli amici che mi seguono da un po’ di certo ricorderanno le mie vicende con i così detti “zombies residenti”, squatters virtuali che assediano costantemente il mio altrettanto virtuale scantinato dove sono solita accatastare appunti, links momentanei e immagini per poi scriverci sopra degli articoli. Siccome ci tenevo ad condividere qui sul blog quel particolare brano (una canzone dedicata ad uno zombie è un prodigio che non può mancare nella mia collezione di eccentricità) e visto che recuperare l’MP3 era una cosa al momento un po’ complicata, sono andata a vedere se qualcuno avesse per caso aggiunto una versione video decente sul TuTubo. E l’ho trovata, ovviamente, e non solo era decente, era molto più che decente: era geniale! E così, oltre ad inniettarmi con velocità pneumatica una bella dose di buon umore, mi ha pure ispirato questo nuovo post. In America, da qualche tempo, si sta diffondendo un genere di video musicale che unisce impegno sociale e performance artistica. L’ASL – American Sign Language – è uno dei molti linguaggi gestuale utilizzato dai non udenti (sono molti perché ogni paese ne ha uno diverso). Questo tipo di comunicazione, che è naturalmente una necessità per alcuni, per altri è un affascinante codice di comunicazione, un nuovo linguaggio capace di mettere contatto abitanti di due mondi agli antipodi: il mondo del suono e quello del silenzio. Nei soli Stati Uniti il numero di coloro che utilizzano l’ASL come lingua primaria si aggira su oltre un milione (in realtà si tratterebbe di un numero molto più grande, si parla di almeno due milioni ma le statistiche a riguardo, essendo per ovvie ragioni molto difficili da eseguire, non possono essere confermate). Oltre a questa moltitudine di non udenti che utilizza l’ASL per ragioni pratiche, esiste un numero ben più alto di persone che, pur udendo e spesso anche parlando, hanno deciso di dedicarsi all’apprendimento del linguaggio gestuale per assistere sordi e sordomuti. Questa difficile disciplina, generalmente riservata ad ambiti puramente accademici o legali (interpreti scolastici o nelle corti dei tribunali, prevalentemente) ha recentemente fatto il suo ingresso in contesti assai più creativi, come la poesia e la musica.
Può sembrare assurdo, ma quello dei non udenti è, per sua natura, un linguaggio estremamente espressivo, assai più di quello orale. La parola in se stessa infatti, non è il solo media comunicativo di cui ci si può avvale nelle conversazioni orali: infatti è sopratutto il tono di voce che ci aiuta a comunicare l’emozione che la parola riassume. Ma quando ci si può avvalere solo di gesti -un po’ come accade nella scrittura- una parte essenziale del linguaggio viene a mancare. A rendere le cose ancora più complicate, il linguaggio gestuale non può avvalersi di certe raffinatezze tipiche della costruzione grammaticale e delle figure retoriche del linguaggio scritto, ma è costretto a basarsi su una semplificazione dei concetti per ottenere il risultato più pratico nel modo più rapido possibile. Questa è la ragione per cui i non udenti considerano -ed a ragione- il proprio linguaggio non una semplicemente traduzione della comunicazione orale ma è una vera e propria lingua a se stante.
Ecco dunque che là dove le innumerevoli sfumature dell’espressione vocale vengono a mancare, deve supplire un’accentuata mimica facciale insieme ad un’estrema abilità comunicativa dell’intero corpo.
Da un punto di vista prettamente figurativo, il linguaggio gestuale è affascinante; non solo perché si tratta di un codice e, come tutti i codici, deve essere intelligentemente strutturato e altamente dinamico per poter funzionare, ma sopratutto perché, proprio grazie al movimento delle mani ed all’utilizzo delle espressioni come linguaggio rafforzativo, risulta incredibilmente bello a vedersi.
Non portò mai dimenticare la prima volta che vidi utilizzare l’ASL dal vivo. Vivevo a New York all’epoca, ed ero andata al MOMA per vedere una mostra. C’era pochissima gente e quasi nessuno parlava; chi lo faceva sussurrava. E mentre camminavo da una sala all’altra, ricordo d’aver notato due ragazze sordomute che gesticolavano animosamente davanti un’enorme tela viola fluorescente. C’era questo quadro gigantesco, appeso da solo in una stanza candida, e le due ragazze si sbracciavano in una specie di danza di mani e di dita, ridendo e discutendo senza emettere un singolo suono. Era una scena incredibilmente potente. Nel silenzio totale, i gesti, le espressione, sembravano letteralmente gridare. I movimenti repentini tagliavano il biancore asettico della sala, si sovrapponevano alla tela livida. Quel linguaggio privo di sonoro riusciva graficamente, otticamente, a lacerare l’ambiente circostante con una tale forza espressiva da lasciarmi esterrefatta. Quello a cui stavo assistendo, era per me il corrispondente linguistico dell’ultimo quadro di Lucio Fontana, il suo più sublime, quello che considero il taglio perfetto.
La domanda, naturalmente, nasce spontanea: a che pro tradurre una canzone per chi non può udire la musica? Passi la poesia, che con il linguaggio dei segni diventa performance e quindi una nuova forma d’arte, ma se togli la musica ad una canzone, quello che resta, il testo, è materiale abbastanza significativo da reggersi sulle sue stesse gambe? Ovviamente dipende dal testo (tradurre in LIS -il Linguaggio Italiano dei Segni- un brano di Fabrizio De André sarebbe interessantissimo per qualsiasi non udente, suppongo) ma dipende anche dalla musica, e assai più di quanto noi udenti potremmo immaginare.
Come per molte situazioni che sono impossibili da sperimentare “a comando”, la sordità rappresenta per la maggior parte delle persone una condizione misteriosa. Possiamo cercare di immaginare cosa significhi vivere nel totale silenzio ma comprenderlo a fondo è impossibile.
Vi racconto un’altra piccola storia personale (sperando do non annoiarvi troppo). Quando avevo circa 15 anni, andai in vacanza a Capo Nord con un gruppo di amici. Arrivati proprio là dove la terra finisce ed inizia (300 metri più in basso) il mare del Circolo Polare Artico, ho mollato tutti e mi sono allontanata per almeno un paio di chilometri. E mentre ero lì che camminavo mi sentivo molto strana, come se ci fosse qualcosa che facesse apparire quel luogo irreale. In un primo momento considerai che fosse il panorama desolato a condizionarmi, tutto muschi e rocce e certi cespuglietti duri e spinosi che al solo guardarli ti sentivi pungere dappertutto. Poi c’era il sole di mezzanotte, freddo e basso all’orizzonte, che creava lunghissime ombre color indaco nella piatta distesa arancio e verde spento. Eppure non era quello il motivo.
Mentre camminavo e ragionavo tra me e me come solo io so fare (cioè dimenticandomi completamente di tutto il resto) d’un tratto un grosso uccello spiccò il volo letteralmente da sotto il mio piede. Se n’era restato immobile per tutto il tempo, sperando probabilmente di non essere notato da quel bestione a due zampe che si avvicinava con aria minacciosa. Insomma, sfrecciò via emettendo un verso strano, una serie di schiocchi spaventati e quel suono, alle mie orecchie, sembrò fragoroso, quasi insopportabile. Ed in quel momento capii.
Non era la terra rugginosa, né la pianura senza orizzonte, né il pallore boreale del cielo a rendere surreale il momento. No: era il silenzio.
Un silenzio totale, terrificante, che non si può definire in altro modo se non rumoroso al punto di farti sanguinare le orecchie solo al contrario, talmente privo di suono da risucchiare dalla tua testa ogni pensiero, ogni ricordo sonoro per poi disperderli nel vento gelato di quel bianco crepuscolo.
Perciò questo è ciò che di più vicino alla sordità io abbia mai provato, e vi posso assicurare, è stata un’esperienza che non dimenticherò mai. Immaginatevi quindi nascere, crescere e vivere senza aver mai sentito un minimo suono, senza neppure poter immaginare cosa un suono sia. Come per un cieco immaginare i colori presuppone una elaborazione mentale basata sulle descrizioni di chi può vedere e, sopratutto, sulle sensazioni che colui che racconta è in grado di trasmettere, per i sordi immaginare la musica è strettamente legato alle emozioni che chi traduce un brano è in grado prima di provare e poi di trasmettere. Questa è la ragione per cui i bravi interpreti sono spesso anche bravi attori di teatro: perché devono possedere una sensibilità molto più sviluppata della gente comune per riuscire a convogliare i propri sentimenti in un singolo gesto o in una singola espressione e quindi avere la forza necessaria per proiettarli energicamente verso il pubblico.
Bene, detto questo vi lascio al video. La canzone, intitolata “Re: your brains” è probabilmente una delle più strambe e ridicole mai scritte (e altrettanto probabilmente, è l’unica canzone esistente al mondo dedicata ad un “colletto bianco” zombie). L’interpretazione ASL è del bravo (nonché adorabile) attore/traduttore/laureando in filosofia Stephen Torrence. Il brano, che si avvale di un testo veramente singolare, perde molto del suo fascino se non si capiscono le parole (sopratutto considerando che è recitata da Stephen in maniera veramente comica); così ho scritto il testo in questa pagina » traducendolo anche in italiano. Se non parlate bene l’inglese vi consiglio di leggerlo prima di guardare il video, così da farvi un’idea del significato.
Ok, va bene: magari sono io che esagero, però… Possibile che anche oggi, su nessun giornale italiano, sia apparsa una seppur minima guida su come prepararsi per l’arrivo dell’H1N1?! Partendo dal presupposto che la sottoscritta non è persona incline a farsi prendere dal panico o eccessivamente drammatica (ma magari ho una considerazione di me sbagliata, non saprei) io questo minimizzare della stampa italiana di fronte a quello che sta succedendo in tutto il mondo veramente non lo capisco. Possibile che nessuno abbia voglia di scrivere giusto due righe striminzite tipo “se vi svegliate con la febbre NON USCITE ma limitatevi a telefonare ad un medico”? No, voglio dire, così giusto per cercare di limitare il più possibile il contagio fin d’ora, mica per altro.
E’ vero che non bisogna essere catastrofici, che non si tratta di peste bubbonica (anche se, a dire il vero, la peste bubbonica oggigiorno si cura con dei semplici antibiotici, al contrario dell’H1N1) però è anche vero che per limitare il più possibile la diffusione del virus bisogna informare la gente, da qui il consiglio (banale e scontato, e apparentemente superfluo) di non uscire se ci si sente male come magari si farebbe normalmente con due linee di febbre o un raffreddore. Voglio dire, troppo difficile ricordare che non si tratta di una semplice influenza?
La cosa che un tantino mi preoccupa è: ma gli ospedali ed i medici italiani sono organizzati per assistere la popolazione se il virus si diffonderà? Hanno già approntato un numero verde disponibile 24 ore al giorno, 7 giorni su 7? Hanno messo in moto un pronto intervento a domicilio? Hanno ordinato abbastanza scorte di Tamiflu? Hanno fornito adeguata documentazione come ha fatto il nostro NHS agli organi di informazione? Su quest’ultima domanda vi rispondo io: no. Ho visitato il sito della Sanità e ci sono un paio di blandi comunicati stampa. Sono addirittura di più i messaggi che parlano di cani, cavalli e maiali (ma per ragioni che nulla hanno a che vedere col virus).
Vabbè, si vede che sono strana io. Deve essere così per forza, perché oggi leggo sui quotidiani: “l’apertura delle scuole sarà rinviata” e poi subito la rettifica “nessuno ha stabilito che l’apertura delle scuole sarà rinviata”. Ma che razza di messaggio stanno cercando di diffondere? Non è questione di aprire le scuole prima o dopo, porca miseria! È questione di cercare perlomeno di arrivarci sani al momento dell’apertura delle scuole!
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Aggiunta del 19 luglio: bene, vedo che finalmente cominciano a girare in rete (e mi auguro che lo stesso stia succedendo anche sui giornali in forma cartacea) dei “vademecum” semplificati che spiegano cosa sia la H1N1. Oggi il Corriere della Sera e La Stampa pubblicano un articoletto abbastanza efficace sulla realtà dei fatti. È una buona cosa (vedi QUI» e QUI»).