Peace games (parte VI)

Roxik’s toy
La Roxik è un’agenzia grafica specializzata in flash. Questo suo primo “giocattolo” non è un vero e proprio gioco ma è diventato uno dei miei scacciapensieri preferito (sopratutto quando sono di pessimo umore). In pratica, il divertimento consiste nell’acchiappare col mouse gli oggetti e le figurine umane e sbatacchiarle selvaggiamente da una parte all’altra dello schermo, godendo senza ritegno nel vederle sgambettare come marionette. Utilità prossima allo zero, chiaramente, ma rilassante al pari di quelle palline di silicone molliccio che puoi strizzare a sangue nei momenti di tensione.

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Gioca a Roxik >>

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Hoshi Saga 3
Con mia immensa gioia, è uscito il nuovo capitolo della serie disegnata da Yoshio Ishii con 20 nuovi schemi (alcuni veramente difficili, mannaggia a Yoshio!) più altri 16 a sorpresa. Lo scopo è sempre lo stesso, trovare la stellina nascosta in ogni schema (beandosi della raffinatissima grafica).

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Gioca a Hoshi Saga 3 >>

Wakthrough e soluzione:
http://jayisgames.com/archives/2008/09/hoshi_saga_3.php#walkthrough

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Great Bathroom Escape e Great Basement Escape
Questo due nuovi capitoli del prolifico Mateusz Skutnik sono esilaranti. La grafica è come al solito strepitosa, coloratissima e così “wacky” da farti venire voglia di cliccare su qualsiasi oggetto per puro gusto di vederlo saltellare/squittire/spernacchiare/esplodere. Entusiasmante!

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Gioca a The Great Bathroom Escape >>

Walkthrough e soluzione:
http://www.games-walkthroughs.com/2008/08/great-bathroom-escape-walkthrough.html

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Gioca a Great Basement Escape >>

Walkthrough e soluzione:
http://www.games-walkthroughs.com/2008/10/great-basement-escape-walkthrough.html

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3wish collection
Questi minuscole, adorabili creazioni della 3wish.com, vanno giocate una dopo l’altra senza necessariamente seguire un ordine preciso. Ogni mini-game infatti è una singola stanza a se stante e mano mano che i programmatori inventano nuove labirintiche ambientazioni, le aggiungono alla collezione.

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Dal gioco “NO.5, part 1″

Questo da una parte è un po’ un peccato, perché sarebbe bello poter viaggiare da una stanza all’altra senza ogni volta dover passare ad un nuovo capitolo, ma il lato positivo è che non bisogna aspettare epoche per divertirsi con una nuova ambientazione.

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Da “Mr.Zhong, part 1″

Il link in basso vi farà accedere ad una pagina dove tutti i giochi sono raccolti. Per scegliere le diverse storie, fate click sulle icone in alto. Aprendo la nuova pagina, troverete tutti i capitoli che compongono le varie avventure ed un simpatico antefatto animato (story preceding circumstances).
Non scrivo le soluzioni in parte perché i giochi sono abbastanza fattibili ma sopratutto perché, in questo caso, trattandosi di singole, piccole ambientazioni, spiegare il walkthrough toglie veramente tutto il divertimento. Un aiutino: ricordate che si può anche cliccare su se stessi…

Gioca qui a 3wish collection >>

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Bowja the Ninja
Guidate il piccolo, eroico ninja Bowja nel suo viaggio per salvare l’umanità. Gli scenari sono veramente belli  e giocare è un vero piacere per gli occhi e per la mente. Molto, molto rilassante (e divertente).

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Gioca a Bowja the Ninja on Factory Island >>

Wakthrough e soluzione:
http://jayisgames.com/archives/2008/05/bowja_the_ninja_on_factory_island.php#walkthrough

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Gioca a Bowja the Ninja 2 in Bigman’s Compound >>

Wakthrough e soluzione: (fate scorrere la pagina fino al post n.14 )
http://www.freegamesnews.com/en/?p=4418&cp=1#comment-200249

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Potete leggere tutti gli articoli dedicati ai “peace games” raccolti in un unico post QUI »

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Viaggio nella luna e ritorno

Tutti coloro che seguono il mio blog da un po’, avranno notato che non parlo molto spesso di fotografia, il che è piuttosto strano essendo io stessa una fotografa e amando molto questo media. Il motivo però è facilmente spiegabile: oggi come oggi sono veramente pochi sono i fotografi contemporanei che colpiscono la mia immaginazione vuoi perché, proprio a causa del mio lavoro, invecchiando sono diventata molto schizzinosa, vuoi perché sempre più spesso quello che vedo in giro sono copie di copie di copie di cose già viste. Intendiamoci; non trovo ci sia niente di male nel trarre ispirazione da illustri esempi del passato; a questo punto della storia l’arte tende a riprodurre se stessa, è una conseguenza inevitabile dell’immensa creatività umana che ha colonizzato praticamente ogni nicchia espressiva esistente, dai graffiti degli uomini delle caverne al bizzarro caravan serraglio di media così amato dalla critica contemporanea. Fatto sta però che la moderna fotografia non mi ispira molta simpatia, figuriamoci vero e proprio entusiasmo. Se a questo si somma il fatto che io sono molto particolare e per colpirmi l’artista deve essere altrettanto particolare, voi capirete, le occasioni per parlarne qui finiscono per contarsi sulla punta delle dita.

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Nicholas Miles Kahn e Richard Selesnick sono un “dinamico duo” dai molti talenti. Talmente tanti, in effetti, da rendere problematico presentarli utilizzando un’unica definizione. Forse il termine “artista” oggi così frequentemente usato ed abusato, soddisfa -in parte- questa mancanza, ma nonostate tutto, come vi renderete conto col procedere della storia, fallisce nel rendere giustizia al rifulgente spettro di creatività, inventiva e preparazione tecnica della coppia in questione.

Per cominciare, Kahn & Selesnick sono fotografi, anzi, mi si conceda il francesismo, sono photographes extraordinaires. Il loro stile unico e visionario, complesso da un punto di vista organizzativo al punto da richiedere mesi per la sola progettazione prima dello scatto vero e proprio, trasporta lo spettatore in un mondo rarefatto di avventura e meraviglia, imprigionandolo in un medjat lunghissimo che non è semplice trovata estetica bensì stratagemma funzionale per il racconto delle loro storie.
Da un punto di vista puramente formale, i due fotografi amano i campi lunghi di ripresa; lunghissimi in verità, dato che le loro opere si srotolano in orizzontale in un rapporto estremo che va dal 15:4 ad un incredibile 8:1. Questo, in parole povere, significa un’ipotetica fotografia di oltre 3 metri di lunghezza x 1 di altezza nel primo caso e di 7 metri e spiccioli x 1 nel secondo!

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Una delle loro opere più impressionanti, Apollo Prophecies, che illustra con ironia l’improbabile colonizzazione della luna, è un impressionante collage di fotogrammi che per essere ammirato nel suo insieme necessita di un artificio digitale, un’animazione panoramica che attraversa la fotografia da parte a parte.

Per visionare la speciale animazione java, fate click quì: >>
NB: vi consiglio di utilizzare Explorer perché alcuni browsers potrebbero non visualizzare correttamente l’applet.

Anche il loro metodo di lavoro è decisamente fuori dal comune: prendendo ispirazione da fatti storici realmente accaduti, gli artisti costruiscono una complessa vicenda fittizia che si dipana in un perfetto ordito fatto di grafica, fotografia, pittura e scrittura. Dopo averla strutturata, studiata a fondo e documentata, Kahn & Selesnick la presentano al pubblico sottoforma di tesi comprovata, arrivando a fornire fonti storiche e concreti ritrovamenti archeologici (entrambi costruiti ad hoc) a riprova della sua validità. Il risultato, esattamente come se ci si trovasse di fronte ad una reale scoperta scientifica, è di totale immersione in un falso storico, in una non-verità così magistralmente costruita e corroborata da una tale quantità di prove all’apparenza inoppugnabili da insinuare, con disarmante facilità, il seme del dubbio nello spettatore.

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Le opere di Kahn & Selesnick vanno nettamente al di là del puro divertimento estetico. La mole di lavoro nascosta dietro ogni singola immagine è enorme perché legata a filo doppio con la logica -non importa quanto surreale- della storia. Per mantenere viva l’illusione della verità, agli artisti è richiesto il totale rispetto di tutte quelle le regole proprie del mondo reale, poco importa che i soggetti della loro narrazione siano utopistici pionieri del volo di inizio secolo con ali di carta (Fligh and Wartime) abitanti delle paludi del nord Europa sopravvissuti ad un cataclisma di proporzioni cosmiche (Scotlandfuturebog) o esploratori dell’Artico che, abbagliati da strani effetti ottici, fuggono di fronte ad una marmotta scambiandola per un orso (Circular River).

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La cosa probabilmente più affascinante riguardo lo stile, è il fatto che molti dei loro falsi storici siano ambientati intorno ai primi del ‘900; questo, in relazione al retaggio culturale che ha accompagnato le generazioni del nostro secolo, crea nello spettatore la sensazione di vedere nuovamente il mondo con occhi di bambino. Non è possibile infatti guardare queste opere senza ricordare (con struggimento) i racconti fantastici di Jules Verne, quelli avventurosi di Salgari o la cinematografia immaginifica di Georges Méliès.

Più in generale, le opere di Kahn & Selesnick appaiono come tesi di studio suddivise in capitoli: ad una parte testuale, generalmente redatta sotto forma di cronaca che introduce i fatti narrati (alternando avvenimenti storici realmente accaduti con altri del tutto fittizi) si sommano le fonti reali da cui l’idea è stata tratta; e poi, naturalmente, ci sono le immagini.

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Nella documentazione dell’Apollo Prophecies ad esempio, si racconta di un inquietante sogno che l’astronauta Charles Duke fece prima di partire con la missione dell’Apollo 16:

“Stavamo guidando il Rover lunare verso nord in direzione del cratere Ray. Non appena superammo una cresta rocciosa, scoprimmo una serie di tracce che sembravano andare da ovest verso est. Emozionati, avvertimmo subito Huston, e dalla base ci diedero il permesso di seguire le impronte. Si capiva chiaramente dal modo in cui i solchi procedevano, che il veicolo si era diretto verso est. E sul limitare orientale della vallata, ci trovammo d’avanti a questo veicolo, molto somigliante al nostro Rover, con due figure sedute sopra. Comunicammo nuovamente con Huston descrivendo ciò che vedevamo, sempre più eccitati dalla scoperta. Fermammo il nostro mezzo e accendemmo la telecamera. Mi avvicinai quindi al veicolo e sollevato il visore di uno dei due astronauti, mi resi conto che stavo guardando me stesso. L’altro uomo sembrava John Young.” (ndt: comandante della stessa missione Apollo) “Raccogliemmo alcuni campioni dalle tute spaziali e dal veicolo e li portammo con noi al ritorno sulla Terra per farli analizzare. Gli scienziati scoprirono che quegli esemplari erano vecchi di centinaia di milioni di anni. Questo sogno era stato talmente vivido, talmente reale, che non ebbi il coraggio di raccontarlo a mia moglie Dotty se non quando fui di ritorno dalla luna. Però ricordo distintamente che quando entrammo nell’orbita lunare e avvistammo il luogo dove saremmo allunati, subito guardai in basso alla ricerca di una di serie di tracce che sembrassero dirigersi da ovest verso est.”

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In un’altra opera intitolata Greenman, Kahn & Selesnick ci raccontano delle origini di una festa tedesca molto particolare, il “Pfingsthltäg” o “giorno dell’Uomo Verde”.
“La tradizione del Pfingsthltäg è ancora molto sentita nelle piccole congregazioni rurali della Germania. Dopo le celebrative parate attraverso i villaggi, i bambini lasciano foglie di lattuga sulla soglia di casa; al loro posto, il mattino successivo, troveranno piccole forme di pane Pfingstbrezel (Pretzel dell’Uomo Verde). Gli Uomini Verdi, originati in epoca pagana e gradualmente accettati dalla cultura clericale come parte della celebrazione della pentecoste, sono creature che simbolizzano la vittoria della primavera sull’inverno. Nelle immagini che seguono si possono vedere nell’ordine il “Maimann” (Uomo di Maggio), lo “Strohbär” (Orso di Paglia) ed il “Latzmann” (Uomo Merluzzo).

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Foto d’epoca di Marcus Bullik dalla serie “Volksfiguren der Dorfgesellschaft”
(figure folkloristiche delle comunità agricole)”

Eisbergfreistadt (il “Libero Stato di Iceberg”, un’opera mastodontica che ha richiesto 20 anni per la sua preparazione) racconta la storia di uno stato fondato nel 1923 su un immenso iceberg fluttuante nei pressi della costa Baltica della Germania. Un articolo di un giornale dell’epoca racconta:
“Nel 1923, un’enorme iceberg alla deriva trasportato dalle correnti del Mar Baltico, finì coll’arenarsi nei pressi del porto tedesco di Lübeck. I venti provenienti dal Circolo Polare Artico, particolarmente intensi quell’anno, avevano causato il distacco di un numero insolitamente alto di iceberg, spingendoli verso sud.

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La particolare coincidenza di clima anomalo e correnti favorevoli, aveva spinto molti di quesi colossi di ghiaccio fino ad arrivare in località inusuali per tale fenomeno, come il mare interno al di sotto della Norvegia ed il nord della Scozia. Alcuni scienziati dell’epoca, criticarono aspramente lo sviluppo tecnologico dichiarando che pari responsabilità andavano ricercate nel riscaldamento dell’atmosfera causato dalle ingenti emissioni di scarico delle zone industriali.
Constatando che l’iceberg si era arenato e non rappresentava più un pericolo per la cittadinanza, il Comune di Lübeck dichiarò il nuovo continente galleggiante “zona di libero commercio” sotto la denominazione di Eisbergfreistadt (Libero Stato di Iceberg) nella speranza che, catturando l’interesse delle banche e delle finanziarie private, queste avrebbero contribuito alla nascita di un nuovo paradiso fiscale.

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La valuta accreditata nel Libero Stato di Iceberg fu il Notgeld, una speciale banconota di credito emessa intorno agli anni ‘20 in Germania durante le situazioni di emergenza. Alcuni comuni come Breman e Lübeck, per evitare una possibile minaccia d’inflazione, adattarono la propria valuta al Notgeld di Iceberg coprendo con speciali stampigliature la filagrana delle banconote nazionali in modo da permetterne l’utilizzo sia in terra Germanica che nello Stato di Iceberg. Nonostante il progetto di organizzare una complessa struttura finanziaria su Iceberg si rivelasse alla fine un fallimento, questo tentativo portò comunque l’anomalo stato galleggiante alla ribalta delle cronache dell’epoca; in breve tempo Iceberg divenne la più mondana delle curiosità dell’intera Europa.

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In molti erano soliti viaggiare da Lübeck per visitare Iceberg; per far fronte all’enorme richiesta di pubblico, venne istituita persino una linea aerea di dirigibili. Un grande numero di souvenir venne messo in commercio, come carte da gioco, servizi di porcellane e vari oggetti ricordo.

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Iceberg divenne il centro dell’attenzione di tutte le correnti artistiche dell’epoca e molti furono i nomi famosi che tributarono un omaggio al nuovo Stato. Fra i movimenti filosofici, quello utopistico chiamato la “Catena di Cristallo” fu estremamente ispirato dalla storia di Iceberg, al punto di eleggerla capitale ideologica di adozione.
Fondata dall’artista ed architetto Bruno Taut, la Catena di Cristallo rappresentava una felice unione tra i massimi esponenti della corrente espressionista tedesca; il folto numero di personaggi di fama pubblica comprendeva anche l’urbanista bauhaus Walter Gropius ed il pittore Wenzel Hablik.

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Questo gruppo era particolarmente affascinato dall’utilizzo di strutture cristalline e di vetro in architettura e quando Iceberg raggiunse le coste nordiche della Germania, i membri della Catena di Cristallo si impegnarono fin da subito nella progettazione di città scavate nel ghiaccio nell’ipotesi di una colonizzazione futura del nuovo stato. Gran parte di quei disegni preparatori – in particolare quelli di Hablik – vennero successivamente utilizzati per il conio delle Notgeld di Iceberg.

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Per celebrare la fondazione della Banca di Eisbergfreistadt, un grande ballo in maschera venne celebrato su Iceberg nell’autunno del 1923. Molti invitati si presentarono vestiti da orsi polari ed esploratori ma un numeroso contingente guidato da Wenzel Hablik scelse i travestimenti più trasgressivi di maiali e topi. Purtroppo il peso dell’enorme massa di invitati fece sì che l’iceberg si spaccasse in due parti. Una di queste finì con l’allontanarsi, andando a sciogliersi presso la zona industriale di Lübeck e causando gravi danni alle fabbriche del luogo. L’altra, spinta in alto mare, venne trascinata dalle correnti marine della Norvegia a ritoso nel Baltico fino a raggiungere nuovamente il Circolo Polare Artico.

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Lunghe e numerose missioni di soccorso furono organizzate nel tentativo di salvare gli sfortunati che non erano riusciti ad abbandonare per tempo l’iceberg. Fra questi vi era anche Hablik che venne comunque tratto in salvo, insieme con altri sopravvissuti, nelle vicinanze del Polo Nord.
In retrospettiva, Eisbergfreistadt appare come il precursore della vera apocalisse che da lì a poco si sarebbe scatenata distruggendo quasi completamente Lübeck: nel 1942 infatti, questo fu il primo insediamento urbano tedesco a venire attaccato dalla Raf e la parte più antica della città vene rasa al suolo dai bombardamenti e dal rogo che seguì. Col finire della guerra, il distretto storico di Lübeck venne ricostruito e nel 1987 è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.”

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Visitare le pagine dedicate a Kahn & Selesnick sul web o -se siete fortunati- ammirare dal vero le loro opere, è un’esperienza a dir poco inquietante. Anche se la nostra mente sa con certezza che le vicende raccontate non possono essere realmente accadute, con il procedere dell’esplorazione ed il passare del tempo, questa sicurezza vacilla ed il muro che divide realtà ed immaginazione lentamente si sgretola fino a scomparire del tutto. Non c’é sottotrama secondaria cui i due artisti non abbiano pensato ed, anzi, la fabbricazione del panorama storico e culturale che fa da sfondo alle vicende narrate appare talmente stratificato e così abilmente intessuto, da fornire risposte più che convincenti ad ogni possibile, spontanea domanda. Solo quando ci si allontana fisicamente dalle vicende narrate per rimmergerci nella relatà quotidiana, ci si rende conto che no, non è proprio possibile che un iceberg possa essere stato considerato uno stato indipendente nella Germania di inizio secolo ne’ che uomini in tempi remoti abbiano tentato di colonizzare la luna! Eppure, per un incredibile, infinito istante, tutti noi ci abbiamo veramente, totalmente, creduto.

Note, fonti e articoli:

Il siti ufficiale di Kahn & Selesnick (è consigliato l’utilizzo di Explorer )

La raccolta completa di tutte le opere:
http://www.kahnselesnick.com

Il sito dedicato ad Eisbergfreistadt:
http://www.eisbergfreistadt.com/
NB: il menù è nascosto all’interno della pagina di giornale, fate click sulle scritte in grassetto accanto all’orso. Le pagine hanno molti elementi grafici e richiedono qualche momento per venire caricate.

Articoli:

Dal new York Times >>
Da The Boston Globe >>
Da DCist >>
Dal Washington City Paper >>

Nota conclusiva: il racconto “Il Libero Stato di Iceberg” e tutti i paragrafi riportati tra virgolette sono © Nicholas Miles Kahn & Richard Selesnick, no copyright infringement is intended. Traduzione ed adattamento dall’inglese di Paz Spinelli.
Se siete interessati alla versione integrale del racconto, la potete trovate qui insieme a molte opere che fanno parte del progetto >>
Gli altri scritti sono invece consultabili su www.kahnselesnick.com.

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Mai rimandare a domani… eccetera

Questo post è dedicato a Graziella e a tutti quelli che, come me, detestano sopra ogni cosa mettere in ordine le bollette. E rimandano, e rimandano, e rimandano… e accatastano tutto in un cassetto finché quello, a un certo punto, non ne vuole più sapere di chiudersi costringendoti a perdere due ore (preziosissime) della tua vita nel tentativo di mettere una parvenza di ordine in quel polpettone informe che è diventato il tuo archivio.

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Prima e dopo la cura. Il tutto dopo un’agonia di un ora per dividere fogli, bollette e altre minchiate, 30 minuti spesi a mandarmi affanculo da sola, tre panadol extra strong per il mal di testa ed una considerevole quantità di tagli da carta sulle dita!

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A questo punto, come degna conclusione, dovrei scrivere qualcosa di estremamente saggio, tipo che non bisogna rimandare a domani quello che si può fare oggi, che val più una cosa fatta che cento da fare, che cosa fatta capo ha eccetera. Ma tutti questi “fare” mi stancano al solo scriverli, figuriamoci a farli. Ne riparliamo fra tre mesi, quando sarò punto e a capo.

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Hofmannville e dintorni

Il “Codex Seraphinianus” è un misterioso libro di cui ho sentito parlare per anni senza averlo mai realmente visto. La cosa ancora più curiosa è che nel corso della mia vita, mi è capitato di incontrare persone (le più disparate in verità, sia per estrazione sociale che nazionalità di provenienza) che, come me, conoscevano di nome il Codex ma poco sapevano riguardo l’opera in se o il suo autore. Negli ultimi dieci anni, il volume è stato ristampato varie volte ed è molto più facile trovarlo nelle librerie; questo da una parte è un bene, perché il Codex Seraphinianus è un oggetto molto interessante che merita effettivamente di essere ammirato; il rovescio della medaglia è che però, con la sua diffusione, l’alone di mistero che circondava l’opera è andato, ahimé, irrimediabilmente perduto.

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Il Codex Seraphinianus è creazione dell’artista Luigi Serafini. Nato a Roma nel 1949, Serafini inizia la sua carriera come architetto per poi dedicarsi alla pittura al disegno ed alla scultura, esplorando tutti i media tipici dei primi anni 60 italiani come le ceramiche o l’arte orafa e arrivando al design intorno agli anni ‘70. Il Codex sembra essere stato realizzato tra 1976 al 1978 e la prima edizione risale al 1981 ( per Franco Maria Ricci editore).

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Il libro è difficile da definire; si tratta di un codice miniato d’ispirazione vagamente scientifica ma più vicino alla criptozoologia che alla scienza vera e propria. Le lunghe parti didascaliche che accompagnano le immagini sono incomprensibili, scritte un una bizzarra grafia inventata ed i disegni stessi non sono intelliggibili perché ritaggono situazione ed elementi del tutto surreali, da strane protezioni chiodate per… ehm… i calcagni (sì, quelli dei piedi) a pesci dall’assurda forma di occhio (con lunga pinna caudale arcuata a formare il sopracciglio) a strambi esseri bipedi dal torso mutante che tutto ricordano fuorché comuni esseri umani. Il risultato è qualcosa a metà tra un prezioso bestiario medievale redatto in qualche dimensione parallela ultraterrena ed il Manuale delle Giovani Marmotte rivisto e corretto dopo un’abbuffata di LSD.

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Non è un mistero che il Codex Seraphinianus sia stata da sempre una delle “letture” preferita da molti peculiari esponenti della cultura, da Italo Calvino a Tim Burton. Calvino ebbe modo di descrivere l’opera come uno studio dove “l’anatomico e il meccanico si scambiano le loro morfologie, l’umano e il vegetale si completano [...] il vegetale si sposa al merceologico, lo zoologico al minerale, e così il cementizio e il geologico, l’araldico e il tecnologico, il selvaggio e il metropolitano, lo scritto e il vivente”.

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La ricca edizione originale in due volumi, oggi è quasi introvabile (e costosissima) ma, come dicevamo, il Codice è stato successivamente ristampato in molti paesi e può essere facilmente acquistato anche online; naturalmente, il fatto che i “testi” non siano scritti in una lingua comprensibile, fa sì che comprare una versione spagnola o francese o italiana non faccia molta differenza (a parte per quanto riguarda ovviamente l’introduzione).
La versione Italiana più recente (che risale al 2006) è stata graficamente restaurata e mostra le illustrazioni in tutto il loro -allucinogeno- splendore originale.

Per saperne di più: (tutti in italiano)

Panorama su Luigi Serafini >>

Il Cannocchiale sull’interpretazione del Codice >>

Una quantità abnorme di illustrazioni dal libro >>

Il forum di POL con un interessante scambio di post sul Codice >>

* Sul titolo, questa volta veramente criptico: Albert Hofmann è lo scienziato svizzero responsabile della sintetizzazione e delle prime sperimentazioni (su sé stesso) della dietilamide dell’ Acido Lisergico (LSD). Ironicamente, nonostante il prolungato utilizzo, è deceduto alla non poco invidiabile età di 102 anni.

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