Un fotografo(ed eccelso scrittore)che idolatro: Troy Paiva.Usate lo slideshow per guardare i set, meritano veramente. http://twurl.nl/cphjiu7 hours ago
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Facendo parte (con fierezza) della categoria, non perdo mai occasione di professare il mio amore per la filosofia geek. Questo perché: 1) è una buona scusa per spiegare certi miei atteggiamenti idisincratici verso il mondo -nel senso dell’etimologia greca che definisce un carattere particolare e non nel più comune significato di avversione - e 2) perché, che volete farci, dentro di me vive e prospera un’occhialuta secchiona che si sente molto più a suo agio in compagnia dei virus telematici che degli esseri umani.
Ero pertanto deliziata nello scoprire che un gruppo di geeks si è rimboccata le maniche ed ha deciso di dedicarsi a due delle cose che amo di più in assoluto: l’analisi (pseudo) scientifica ed il cibo, in particolare l’analisi logica dell’arte culinaria, approfondendo l’argomento in maniera del tutto non convenzionale.
Se volete divertirvi in modo obliquamente raffinato, visitate il sito di Hugh, Alex e Paul. Scoprirete così che cucinare seguendo alla lettera una ricetta apparentemente semplice del famoso Gordon Ramsey o di Nigella Lawson non solo è praticamente impossibile per un comune essere mortale (benché fornito di un quoziente intellettivo superiore alla media) ma sopratutto che in cucina, come probabilmente nella vita in generale, è l’inventiva e l’iniziativa personale che alla fine porta il pane sulla tavola.
E’ probabile che molto di voi lo abbiano già visto in tv, ma la sottoscritta ha scoperto l’esilarante Minuscule solo ieri perciò, perdonatemi ma devo parlarne, perché questo piccolo gioiello di animazione, creato dalle poetiche (ed ironiche) menti di Helene Giraud e Thomas Szabo, merita veramente un articolo.
Da un punto di vista grafico, Minuscule è meravigliosamente strutturato: l’animazione in 3D è quasi marginale, la parte del leone la fanno le immagini filmate, tutte girate dal vivo ad “altezza insetto”, veramente spettacolari già di per se; le infinite carrellate a “volo di calabrone” sono mozzafiato, gli onirici paesaggi statici semplicemente sublimi. L’utilizzo di materiale ripreso dal vero e lo stile in cui è girato, crea nello spettatore la sensazione di stare guardando un documentario naturalistico ed il risultato è incredibile.
I personaggi sono buffissimi ed ognuno ha caratteristiche immediatamente riconoscibili e caratteri ben delineati. La coccinella iperattiva, all’apparenza così delicata e gentile, in realtà è una vera peste. Il povero ragno rosso, dalle lunghe gambe snodate e con quel sorriso un po’ ebete, è continuamente bersagliato dalla sfortuna e ricorda il Paperino della nostra infanzia. E poi abbiamo il plotone di formiche, a metà trà un’armata militare ed un team di abili ingegneri edili, e le mosche, che sbeffeggiate dalla coccinella, sono pronte a fare -metaforicamente- a pugni pur di ripristinare il quieto vivere, ma non possono trattenersi dal banchettare selvaggiamente sul Nirvana di resti di un picnic fino quasi a scoppiare.
Gli effetti sonori sono deliranti. Passano quasi inosservati, in un primo momento, ma sono invece uno dei punti di forza della serie: la zampa della sadica cavalletta si tende con il gigolio metallico di un argano; la chiocciola, che succhia come una disperata nel suo lento strisciare (specialmente in presenza di esemplari dell’altro sesso) sembra un’aspirapolvere che si spegne quando si ritira nel suo guscio; infine, le mosche e le vespe ronzano con il fragore di biplani e di jet supersonici, sfrecciando a rotta di collo da una parte all’altra della campagna silenziosa.
Del progetto, Helene Giraud e Thomas Szabo scrivono:
“Anche se i bambini non sono degli entomologi, quando si trovano in campagna finiscono col trascorrere un’incredibile quantità di tempo guardando gli insetti. Al contrario degli adulti, i nostri piccoli osservatori dalle ginocchia sbucciate hanno una peculiare percezione di queste minuscole creature, immaginandole indaffarate in improbabili, surreali situazioni. Questa visione, insolita e spesso comica, è alla base di Minuscule, dove le creature vengono ritratte nelle loro tribolazioni quotidiane da un punto di vista ad altezza di insetto proprio come se fossimo realmente lì con loro. Perciò dimenticate tutto ciò che avete imparato a scuola durante le lezioni di biologia: state infatti per scoprire il vero mondo degli insetti.”
Le pagine ufficiali in rete sono altrettanto splendide, tutte animate e programmate in maniera variabile così che la le stesse schermate cambiano ogni volta che si accede al sito. Collegatevi di giorno e poi aggiornate le pagine di sera e ancora a notte fonda, rimarrete deliziati! Una gioia per gli occhi ma anche per le orecchie, con raffinati effetti sonori piacevolissimi da ascoltare come il cinguettio degli uccelli, o il suono del temporale o il frinire delle cicale in una torrida giornata d’estate; provate a lasciare il sito aperto in secondo piano mentre siete nelle vostre faccende affaccendati e poi mi direte se non è rilassante!
PS: scegliere un solo video fra i molti disponibili su YouTube è stata una vera impresa (sono tutti geniali) perciò ho deciso di mostrare il primo episodio della serie, che già da subito dà l’idea di cosa Minuscule sia.
La Guernica di Pablo Picasso è un quadro straordinario. Dipinto nel 1937 ed ispirato dalla guerra civile spagnola (nello specifico al bombardamento della città di Guernica da parte degli aerei della Luftwaffe) l’enorme tela di quasi 4 metri per 8 raffigura, con devastante efficacia, l’orrore di una città ferita a morte.
Non finirà mai di sorprendermi la capacità di alcuni artisti di creare opere che, scavalcando a pié pari l’avanguardia dei loro tempi, sono stati capaci di tuffarsi direttamente anni nel futuro. A guardare nel dettaglio oggi la Gernica, si rimane basiti: la grafica, il colore, le proporzioni (quasi un 16:9) sono talmente moderni che sembra dipinto giusto l’altro ieri.
“A 3D exploration of Picasso’s Guernica” è la tesi di laurea di una giovanissima artista tedesca, Lena Gieseke. Del suo progetto, Lena dice: “L’idea di creare una versione tridimensionale di un opera importante, mi è venuta facendo i puzzle di dipinti famosi. Quando giochi coi puzzle finisci con notare una quantità di minimi dettagli e studi attentamente ogni linea, o forma, o colore di un dipinto e come questi interreagiscano fra loro per ottenere il risultato finale. Con i puzzle riesci ad esplorare le opere d’arte attraverso quei particolari che, forse, mai arriveresti a notare altrimenti. L’esperienza di guardandare un quadro attraverso questo gioco è unica; la tua mente è stimolata dal desiderio di finire il puzzle ma la tua immaginazione espande ed intensifica l’esperienza.”
Lena spiega che la trasformazione in 3D dell’opera di Picasso, nasce con l’idea di offrire allo spettatore lo stesso tipo di esperienza. I movimenti della telecamera virtuale, che entra letteralmente nel dipinto, lo attraversa fino ad arrivare dietro ad i personaggi, permette di concentrare l’attenzione su quel microcosmo di dettagli che vengono generalmente ammirati nell’insieme dell’opera ma mai singolarmenente.
Stavo girando in rete per la periodica caccia ad i nuovi giochi punta e clicca (è un lavoro duro ma qualcuno deve pur farlo) quando sono inciampata nello stranissimo 99room che mi ha letteralmente ipnotizzato per almeno un’ora. Al che ho pensato che gli artisti responsabili, il gruppo tedesco Rostalaub, meritassero uno spazio un po’ più ampio del solito.
Iniziamo subito col dire che questo gioco non è un vero e proprio gioco quanto una specie di installazione artistica virtuale. L’ambientazione è particolarissima; si tratta appunto di 99 stanze, inquietanti perché fatiscenti, cupe e sporche, eppure, allo stesso tempo, ipnoticamente piacevoli da guardare al punto che, personalmente, sono dovuta arrivare alla fine prima di riuscire a smettere.
Le fotografie sono state scattate tutte a Berlino Est e raffigurano fabbriche, officine, uffici e negozi smantellati. Queste sono le “promesse non mantenute del settore industriale di Berlino Est”, spiegano i Rostalaub. Le apocalittiche immagini sono state successivamente rielaborate attraverso l’uso di “falsi” murales ed il tutto poi ha assunto forma concreta grazie all’animazione ed alla trasposizione in flash del progetto.
La parte sonora edita da Johannes Bünemann è suggestiva, cupa, disarmonica, con guizzi melodici improvvisi che a tratti restituiscono un po’ di coraggio. Le immagini di Kim Köster, preziose se pur claustrofobiche, sono vecchie, polverose, arrugginite; graffiti sui muri si animano e vibrano sfiorandoli col mouse, strane apparizioni fanno capoline dalle porte fatiscenti e nei pertugi buii…Un’esperienza molto, molto particolare, vi assicuro.
Contrariamente ai punta e clicca tradizionali, qui meno si clicca e meglio è, nel senso che lo scopo non è tanto arrivare alla fine dell’opera quando contemplare ogni singola scena. Il più delle volte infatti, basta toccare un interruttore, o un oggetto del tutto scollegato alla logica della storia (che comunque non c’é) per cambiare stanza, e andando di fretta si perdono tante particolari animazioni, insieme all’atmosfera dell’ambientazione.
Il progetto è confezionato dal designer Richard Schumann e trasportato in flash da Stephan Schulz e dal suo esordio nel 2004 più di due milioni di persone hanno esplorato questo unico esempio di arte multimediale, al punto che il sito ufficiale, per sovvenzionare futuri progetti, offre adesso anche un poster ed una versione speciale in cd rom con nuove stanze, un salvalschermo esclusivo e alcune opere inedite di Kim Köster.
Come abbiamo già avuto modo di vedere, riuscire ad essere originali partendo da un media decisamente inflazionato non è semplice, sopratutto quando questo media è, come dire “pre-confezionato”. Le miniature di esseri umani non offrono molte variazioni sul tema: l’artista, anche se è bravo abbastanza da scolpirsele per proprio conto, è comunque costretto a rispettare certi standard di forme e proporzioni per ottenere un effetto realistico. Pertanto, là dove la materia prima non lascia molto spazio all’immaginazione, ecco che entra in gioco l’anima e la mente dell’artista che si trasformano in motore immobile, utilizzando la miniatura (e gli ambienti virtuali nella quale essa “vive”) come neutrale veicolo delle proprie visioni ed idee.
Walter Martin e Paloma Muñoz sono capaci di regalerci un momento di rara poesia attraverso le loro -apparentemente- semplici creazioni. Le miniature ed i paesaggi vengono assemblati, dipinti ed impermeabilizzati e quindi racchiusi in sfere di 15 centimetri di diametro colme d’acqua ed alcool; fiocchi di silicato vengono quindi aggiunti per ottenere l’effetto “nevicata”.
Le cosidette snow globes (le nostre “palle di neve”) cosiderate da alcuni orribili oggetti kitsch e da altri piccoli gioielli da collezione, furono inventate in Francia nella prima metà dell’ottocento probabilmente come aristocratica variazione dei fermacarte in vetro. Nel 1878 apparvero presso la Paris Universal Expo ed ebbero un tale successo che già l’anno successivo almeno cinque compagnie commerciali si dedicarono alla produzione in serie, diffondendole in tutta Europa.
Le sfere di Martin e Muñoz non hanno però nulla a che vedere con le scontate rappresentazioni tipiche dei souvenir (quelle torri, palazzi e monumenti famosi che abbiamo visto a migliaia sulle bancarelle) nè tantomeno si avvicinano alle più artistiche raffigurarzioni di rubicondi babbi natale, o di slitte trainate da festosi pony o di tutta quella nuova corrente di oggettistica di derivazione Vittoriana che è ormai diventata parte integrante della cultura moderna.
Tutto l’opposto, in verità: le palle di neve di Martin e Muñoz racchiudono un mondo che dista anni luce dai confortevoli quadretti festivi di caminetti accesi e ghirlande di agrifoglio.
Viaggiatori minacciati da conigli e maiali giganti, uomini con la testa imprigionata in tronchi d’albero, lupi che assediano inermi figure femminili, immobili e senza scampo chiuse nei loro cappottini anni sessanta. Un gentleman che solleva il cappello in gesto di saluto ed un altro che gli risponde staccandosi dal collo l’intera testa. E ancora, esploratori sventurati divorati da enormi ragni, una coppia che danza sulle tombe di un cimitero, due loschi figuri che si apprestano a gettare due bambini in un pozzo.
Se le palle di neve come le conosciamo raffigurano i sogni fiabeschi della nostra infanzia, le sfere di Martin e Muñoz ritaggono i peggiori incubi. Il panorama di una campagna innevata ed un cerbiatto che cerca di brucare l’erba fra la neve, assume all’improvviso un tono sinistro quando ci rendiamo conto che dall’albero sullo sfondo pende un impiccato. Ed quei tre uomini che inseguono un bambino nudo nella tormenta, vorranno salvarlo da morte certa o stuprarlo?
Queste visioni di tragedie e di catastrofi imminenti, appaiono ai nostri occhi gelidamente vezzose, sigillate nelle loro piccole palle di vetro. La minaccia esiste ed è ben visibile ma, racchiusa in quel minuscolo universo rarefatto dove tutto è immobile tranne la neve che continua a cadere, diventa poco più di un grazioso esercizio di estetica. E tutto sommato, non facciamo fatica ad immaginare le sfortunate vittime trascinate verso la morte dall’uragano di The Wind, piazzate in bella mostra sul caminetto del nostro soggiorno.