Qualche tempo fa, parlando delle porcellane frantumate di Martin Klimas, mi sono ritrovata a riflettere sul concetto moderno di arte.

©Martin Klimas/www.themorningnews.org
E’ arte qualcosa derivato solo marginalmente dall’azione umana? Perché nel caso di Klimas, non lo si può negare, sono gli oggetti (la statua, la macchina fotografica ed il flash) a concretamente “fare arte” mentre la persona è relegata sullo sfondo con il compito secondario di “registrare” l’avvenimento. E’ vero, è Klimas che lascia cadere la statua e pertanto dà’ inizio all’azione (ed il termine “arte” significa in parte questo, dal latino artem, “maniera” di cui la particella “ar” di origine antecedente esprime “l’inizio di un azione”) ma la conseguenza del suo “lancio”, la distruzione dell’oggetto in se, è del tutto imprevedibile e autonomo e nulla ha a che vedere con le capacità o le intenzioni di Klimas.
Dunque cos’é l’arte?
Da un punto di vista puramente lessicale, per arte si dovrebbe intendere una “[...] attività umana che si compie con l’ingegno e secondo regole dettate dall’esperienza e dallo studio [...]” (rif. Garzanti Linguistica). L’etimologia della parola suggerisce semplicemente un’azione finalizzata alla creazione di un qualcosa di nuovo compiuta da qualcuno senza alcuna considerazione per il valore astratto della cosa stessa; non è infatti un caso che in passato la parola “arte” avesse un significato molto meno sofisticato di oggi, basta infatti pensare al termine comune “arte e mestieri”. Da questo punto di vista quindi, ”opera d’arte” significa solo “opera realizzata” e niente altro.
Un altro modo di vedere la cosa comporta un momentaneo allontanamento dall’opera e dall’artista che l’ha generata, volgendo lo sguardo altrove: se un albero cade nella foresta ma non c’é nessuno ad assistere all’avvenimento, si può dire che sia realmente caduto? Un’opera esiste a prescindere oppure chi la osserva contribuisce al suo valore? E che dire di chi registra l’avvenimento e lo espone all’attenzione delle masse? E’ ragionevole pensare che certe situazioni, certi avvenimenti che non dipendono necessariamente da noi possono diventare arte (nel senso di assumere un nuovo significato) se chi assiste riesce ad interpretare l’avvenimento ed a riproporlo senza necessariamente aggiungerci “del suo”, senza avvalersi di un personale punto di vista o di un qualsiasi artificio che esprima un nuovo concetto partendo da qualcosa di preesistente. La’ dove apparentemente latita il significato, sarà l’immaginazione del pubblico a supplire alla mancanza. Questa alternativa visione dell’arte porta di conseguenza un’eccitante costatazione: il mondo intorno a noi potrebbe essere gremito di potenziali opere pronte ad essere “colte” da chi ha l’occhio (e la sensibilità) di notarle.
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“Monks, Burma 2005” installazione di JR, East London (©Patricia Spinelli/Alamy)
In questi ultimi mesi ho avuto modo di frequentare la zona est di Londra insieme, o meglio proprio grazie a Mauro e devo dirvi che l’esperienza sta risultato molto più catartica del previsto. Il fatto è che la zona di Brick Lane al momento è una vera e propria galleria d’arte proletaria a cielo aperto. Voi passeggiate per le strade e siete bombardati da messaggi visivi. I graffiti, che restano comunque uno dei media più diffusi, stanno lentamente lasciando il posto a vere e propri installazioni tridimensionali: sui muri in mattoni gialli delle vecchie warehouses (i magazzini un tempo utilizzati per lo stoccaggio dei vari materiali) è tutto un fiorire di applique, minuscole sculture generalmente posizionate dove meno te le aspetti, negli angoli dei cornicioni, sotto i davanzali, in cima ai comignoli. Non sempre il significato è evidente e talvolta solo chi ha piazzato lì quel determinato pezzo sa esattamente il perché ed il percome, ma questo è irrilevante. La cosa veramente importante è che qui sta dipanandosi una fitta rete di comunicazione tra chi crea e chi osserva. Una delle cose che mi fa amare particolarmente questo fenomeno è l’evidente onestà dell’iniziativa: gli artisti non hanno volto, non hanno nemmeno un nome. Rare sono diventate le sigle o gli pseudonimi su quei muri, praticamente inesistenti le vere e proprie firme. Una delle più comuni ragioni moderne del “fare arte”, l’autoaffermazione, qui sembra non esistere ormai più. Lo scopo non è tanto “apparire” quanto “far pervenire il messaggio”; personalmente non riesco ad immaginare attività artistica più disinteressata.

East London (©Patricia Spinelli/Alamy)
Il bombardamento di imput visivi innesca una duplice trasformazione: da una parte gli artisti entrano virtualmente in contatto tra loro perché lo spazio comincia a scarseggiare e i vari lavori finiscono per nascere e svilupparsi a pochi centimetri l’uno dall’altro e qui possiamo osservare una prima enorme differenza dagli anni del boom dell’arte di strada, il 1980 e dintorni: nessuno sembra voler cancellare i lavori degli altri. Questo indica un cambiamento non tanto di stile, quanto di messaggio; non si tratta più di affermare la supremazia (originariamente di una banda) su una strada o un territorio bensì di convivere rispettando lo spazio altrui. Inoltre, in alcuni casi, è evidente una vera e propria contaminazione artistica. Le singole opere non cercano di sopraffarsi a vicenda ma si inseriscono le une nelle altre e là dove un artista “sconfina” in spazi già occupati, si assiste ad un affascinate connubio di intenti. I messaggi, come gli stili, possono essere diversi eppure in qualche modo riescono a convivere, talvolta a trarre ispirazione vicendevolmente con il risultato che spesso il messaggio (o l’estetica) di un singolo artista risulta, proprio a causa di questa estemporanea unione, amplificato.

East London (©Patricia Spinelli/Alamy)
La seconda parte della trasformazione riguarda gli spettatori. Al contrario di una galleria, dove è l’ambiente di partenza a stabilire un codice di interpretazione per il pubblico (e infatti non è un caso che la Tate Modern, ad esempio, abbia un allestimento di base diverso dalla Portrait Gallery o dal Barbican o dalla Saatchi), l’arte libera di Brick Lane è totalmente priva di qualsiasi codice di lettura. Le strutture dove le opere nascono e crescono (e talvolta muoiono) sono i muri cittadini i quali, pur conservando una propria identità ben definita (sopratutto storica) fanno comunque parte del partimonio della collettività e pertanto non subiscono imposizioni da un’unica direzione. Questo porta gli artisti ad esprimersi liberamente (perché dopotutto è la loro città, è casa loro) ed il pubblico a ricevere senza interruzioni ne’ filtri il messaggio espresso dagli artisti. Il risultato è che il visitatore, dopo un periodo di iniziale acclimatazione, comincia ad assorbire per osmosi non tanto i singoli messaggi delle opere, che sono diversi per ogni artista e quindi difficilmente identificabili nell’enorme massa dei lavori, bensì il concetto più alto e più puro di arte, cioè l’esistenza e l’importanza della libera espressione.

East London (©Patricia Spinelli/Alamy)
Le opere degli artisti di strada, essendo per loro natura refrattarie a dogmi imposti da elitarie scuole di pensiero perché scaturita da menti cresciute all’esterno degli allevamenti/prigioni delle gallerie private, hanno il solo scopo di esistere per esistere, e cioè non di sfruttare le strade cittadine come trampolino di partenza per raggiungere magari i muri di gallerie importanti (come accadeva intorno agli anni ‘90) ma di vivere dell’attenzione proprio di quella gente comune che probabilmente mai avrà la possibilità economica di cambiare, con il proprio contributo, la vita dell’artista. Se poi, durante questo popolare scambio di messaggi, qualche abile mercante d’arte si insinua cercando di trarne un profitto personale (e generando, anche se involontariamente, un profitto per l’artista) la cosa è irrilevante; lo dimostra ad esempio, il caso Banksy, ormai famosissimo e probabilmente miliardario, che però, in barba a qualsiasi convenzione sociale/economica, insiste a mantenere l’anonimato e non rinuncia alla sua indipendenza artistica continuando a dipingere per strada proprio per quella gente comune che (come lui ben sa) non potrebbe mai permettersi di acquistare una sua opera. E se questo può sembrare una piccola cosa, quasi un vezzo da parte di chi è arrivato e sembra ormai solo voler giocare a fare il teppista, pensate a quanto il valore di una casa possa aumentare avendo un Banksy originale disegnato sulla facciata.

©Banksy/www.banksy.co.uk
Viviamo in un epoca densa di emozioni: non è difficile guardarsi intorno e ripensare, con un po’ di nostalgia, alla semplicità dei tempi andati ma questo è tipico di qualsiasi periodo storico. La differenza forse sta nel fatto che mentre in passato ognuno riusciva bene o male a coltivare il proprio orticello e bearsi di un’illusoria -ma comunque reale- tranquillità, oggi questa fragile certezza è stata spazzata via con il fragore di una bomba; i muri delle case si fanno giorno dopo giorno sempre meno solidi, sempre meno protettivi ed il mondo là fuori, un tempo immaginato attraverso le voci della radio e le immagini in bianco e nero delle pri-me televisioni in un’indefinibile collocazione geografica sempre e comunque molto distante dalla soglia di casa, ormai sta bussando praticamente alla porta. E l’arte, che è creazione dell’uomo e pertanto specchio dei tempi, sta diventando l’unico reale antidoto alla bruttezza di un mondo con cui non riusciamo più ad identifi-carci e su cui non abbiamo più un reale controllo. Gli avvenimenti accadono nostro malgrado, e nostro malgrado siamo trascinati via dalla corrente delle inevitabili conseguenze. E l’arte diventa il tronco galleggiante su cui tutti, artisti, pubblico e critica, si aggrappano con disperazione per scampare all’annegamento.


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