Non so se vi è mai capitato da bambini di intrufolarvi di nascosto in soffitta. Per soffitta intendo ovviamente qualsiasi locale della casa dove il ciarpame accatastato negli anni veniva trasferito durante i periodici sgomberi. Nel mio caso si trattava di una stanza posta all’esterno della vera e propria casa. Abitavo allora in una grande fattoria, con un vasto giardino tutto intorno e molti ettari di vigna ed alberi da frutto. Vicino alla casa, che era su due piani (noi abitavamo al piano terra mentre la famiglia dei miei zii al piano superiore) c’erano i resti di vecchie strutture un tempo adibite a rimesse agricole: le stalle ormai in disuso, la cantina, l’officina, i magazzini eccetera. Proprio accanto alla porticina della cantina, si apriva un’altra porta, colorata di verde sbiadito; oltre la soglia, illuminata dalla flebile luce di una nuda lampadina, stavano disposte su varie file, stratificati, come residui geologici, i ricordi di quasi 100 anni di vita della mia famiglia. Ci si trovava di tutto, dalla pelliccia della bisnonna a certe meravigliose foto d’epoca con misteriosi signori in giacca a righe, paglietta e bastone da passeggio e belle dame in abito lungo e ombrellino di pizzo. C’erano tonnellate di oggetti troppo vetusti per venire definiti vintage e troppo moderni per venire considerati antiquariato; vecchi dischi di gommalacca da grammofono, sevizi di spessi calici dal bordo dorato, lampadari di cristallo dismessi da decenni, scarpe di velluto blu notte ornate di perline sopravvissute indenni al dopoguerra. Sopra ogni cosa, galleggiava quell’odore così particolare di naftalina e di polvere che altro non era se non il profumo residuo dei fantasmi delle vite passate.
La casa dove sono cresciuta è stata venduta qualche anno fa e suppongo che quella stanza sia rimasta chiusa fino al momento in cui le ruspe l’hanno rasa al suolo per far posto al moderno residence con piscina che c’é ora.

Stranamente, proprio da quel momento, ho smesso di collezionare ricordi. Da bambina (e anche più in la’ con gli anni, a dir la verità) ho sempre riempito cassetti con oggetti e souvenir. Erano cose insignificanti per tutti tranne che per me: un sasso raccolto a Central Park, un fiore pressato in un vecchio libro, i vari biglietti aerei (incluse le striscie adesive delle valigie), i documenti d’identità scaduti e mai restituiti, il tesserino della Tube datato 1982 (la mia prima volta a Londra) il vecchio Walkman Sony rosso, ormai amputato di tutti i tasti tranne (chissà perché) quello dell’avanzamento veloce. Insomma, altro ciarpame accatastato che probabilmente adesso sarà sepolto nella discarica di Rosignano Solvay, guardato a vista dai gabbiani e dalle pantegane.
Quando ero adolescente, rammento che mostravo il mio cassetto dei ricordi alle amichette che venivano a trovarmi. Passavo pomeriggi a raccontare le vicende legate a quegli oggetti, appassionata guida nel museo personale dei bei tempi andati, e lo stesso facevano loro quando ricambiavo la visita. Strano come gli esseri umani finiscano col vivere la propria vita attraverso i ricordi; ancora più strano come l’intensità di quei ricordi aumenti quando si tiene un sasso o un fiore rinsecchito tra le mani (è proprio vero, siamo un popolo “tattile” dopotutto)…
Questo era allora. Adesso tutto è diverso. Lasciando l’Italia per venire a vivere qui ho dovuto prendere la decisione di abbandonare tutto per viaggiare leggera mettendo in valigia solo il minimo indispensabile, la macchina fotografica, il portatile, qualche maglietta, un paio di scarpe e poco altro. Messi in salvo nella grande biblioteca della nuova casa di mia madre i miei ultimi 20 anni di vita (una collezione di libri a cui non sono ancora pronta a rinunciare e a cui credo mai rinuncerò) mi ritrovo ora senza cassetti di ciarpame e senza ricordi in forma fisica. A parte quest’assurda cosa che passo ora a mostrarvi.

Si tratta di un quaderno comprato a Portobello appena arrivata alla fine del 2006. Sulle sue pagine, per un anno preciso, ho raccolto biglietti, etichette. cartoncini e confezioni proveniente da cose comprate qui. La raccolta è veramente assurda, sembra un’ode al consumismo più sfrenato.

Si tratta sopratutto di oggetti collegati al cibo, c’é una lunga sfilza di pagine dedicate ai prodotti alimentari tipicamente Inglesi con commenti come “non c’é male” “buono” oppure “fa veramente schifo!”. Non so per quale ragione io abbia raccolto questa roba; credo si tratti della mia collezione finale, il mio ultimo museo del ricordo: dopo questo, posso dire di aver finalmente cominciato a vivere la vita, invece di limitarmi a collezionarla.

Ci sono comunque alcuni souvenir che conservo in forma digitale nel computer, e qui vorrei ora condividere questi ricordi con voi. Sedetevi qui vicino a me che passo a presentarvi:

Il primo lavoro di grafica -relativamente- serio che ho fatto. Questa piccola cosa mi ricorda i bei tempi andati. Dovete sapere che quando vivevamo insieme, io e Graziella passavamo le serate a sfidarci a “uomo non ti arrabbiare” un gioco da tavolo che trovo tutt’ora entusiasmante. Il gioco, conosciuto anche col nome di Ludo o Ludi, è datato fine ‘800 ed è una semplificazione dell’antico Pachisi. Qualche anno fa, girando in rete, mi è capitato di trovare una versione digitale fatta da un giovane programmatore e l’ho scaricata. Oggi fa un po’ sorridere, perché si tratta di un programmino molto spartano se confrontato a certi giochi contemporanei, ma funzionava bene (funziona perfettamente tutt’ora) ed era ben gradito al sistema operativo più instabile dell’universo (cioè windows). Insomma, facendola breve, il giochino era ok ma graficamente era piuttosto bruttino, così in pratica l’ho ridisegnato tutto per mio piacere personale. Nell’immagine più in alto potete vedere la versione originale a sinistra ed il mio layout a destra. Visto che era venuta abbastanza bene, ho inviato all’autore del gioco la mia versione della plancia e delle pedine dicendogli che se voleva poteva utilizzarle come meglio credeva. A lui la grafica è talmente piaciuta che l’ha aggiunta al set di base del gioco. Se infatti andate all’indirizzo scritto qui sotto, potrete scaricare il gioco e anche il “wood theme by Paz Spinelli”. Ludo è molto carino, sia che l’abbiate già giocato, sia che non lo conosciate, ve lo consiglio. Per scaricarlo fate click qui.
Questa invece è una pagina delle mie personali statistiche di Alamy (se siete curiosi potete ingrandirla cliccandoci sopra). In particolare si tratta del materiale inviato per il Quality Control. La scritta in rosso situata più o meno a metà della lista, è l’unico rifiuto ricevuto dall’agenzia e segna l’esatto momento in cui ho deciso di passare da semi-professionista a professionista (almeno da un punto di vista morale). Al di sotto della riga rossa sono raccolti gli invii precedenti al marzo 2008; fino a quel momento avevo presentato solo illustrazioni perché la mia macchina fotografica di allora non era all’altezza degli standard di Alamy (da qui il rifiuto in rosso). Nell’aprile 2008, come forse ricorderete, ho deciso di saltare il fosso ed ho comprato una nuova Nikon e tutto è cambiato. L’acquisto della macchina però è stato l’ultimo passaggio di un tormentato tira e molla interiore tra la ragionevole decisione di tornare in Italia e quella molto meno logica di insistere e restare a Londra. Ecco perché questo documento è così importante per me, segna l’esatto, preciso momento in cui mi sono arresa a questa città e forse al mio destino. Chissà se tra quanche anno non ci ritroveremo qui a riparlare di questo foglio dicendo “pensate se fossi tornata via allora”…
Questo è invece l’avviso che ho ricevuto da parte di Alamy riguardo alla vendita del mio dragone alato. Anche se ci saranno altre vendite in futuro ed altri documenti ufficiali, questo rimarrà per sempre scolpito nella mia memoria. La prima volta, si sa, non si scorda mai.

Questa è la foto di un libro che forse vi risulterà familiare. Si tratta di “Uncovered” di Thomas Allen, artista di cui ho parlato in un post precedente (QUI) e che amo particolarmente. C’è una bella storia dietro che vale la pena di raccontare. Mentre facevo le ricerche per il mio articolo su di lui, per qualche imperscrutabile ragione ho sentito l’impellente necessità di scrivergli due righe riguardo una mezza idea che mi era venuta in mente e che pensavo potesse risultare utile per un suo eventuale progetto futuro. Non avendo l’indirizzo personale, ho inviato la mail alla sua galleria pregandoli di fargliela pervenire. Pensavo fosse finita lì (tenete presente che Allen è un nome molto preminente nella scena dell’arte e della fotografia contemporanea) e invece lui mi ha risposto entusiasta, definendomi (con mia immensa sorpresa) “la sua nuova migliore amica”. Da quel momento ogni tanto ci scriviamo raccontandoci le nostre cose e Tom mi ha inviato il suo ultimo capolavoro (una prima edizione fra l’altro, già andata esaurita, un piccolo gioiello di editoria, vi assicuro) con una bellissima dedica. Persona splendida, Thomas Allen, che serva di lezione a tutti quegli artisti parrucconi che si danno tante arie e trattano il pubblico come degli zerbini, vergognatevi!

Questa immagine invece riguarda voi, cari lettori. La mappa fa parte delle statistiche raccolte da SiteMeter e si possono qui vedere purtroppo solo gli ultimi 100 ingressi al mio blog. Voi siete tutti quei bei puntini bianchi e verdi. Io sono invece quel grassoccio puntino rosso. Se non bastasse la personalissima soddisfazione di immaginare cento testoline dietro a cento monitor tutte prese a leggere quello che la vostra affezionatissima scrive, ancora più grande per me è il piacere di vedere dalle statistiche che siete più o meno sempre gli stessi e che tornate a trovarmi periodicamente. Insomma, siamo ormai diventati vecchi amici, peccato non poterci catapultare tutti insieme nel pub più vicino per un giro di birra.
Che vi voglio bene a tutti è cosa ormai appurata, ma vorrei abbracciare virtualmente (e simbolicamente) in particolare tre persone. Che ovviamente non conosco, sicché la cosa è ancora più divertente. Dalla mappa qui sopra potete vedere che siete più o meno tutti raggruppati in una zona abbastanza circoscritta (Italia, sopratutto, ma anche una bella fetta dei territori europei circostanti) sicché non ve la prenderete se dedico queste ultime righe a tre coraggiosissimi lettori, tre puntolini bianchi che orbitano molto, molto lontano dal nostro epicentro.

Amico/amica che mi segui da Stanford, California, amico/amica che mi leggi da Santiago del Cile e tu, amico/amica da Perm in Russia, che mi fai dono del tuo prezioso tempo: grazie! E grazie anche tutti gli altri “esiliati” i cui puntini al momento non appaiono nella mappa: lo so che ci siete, così lontani eppure così vicini. Siete bellissimi!


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Copyright Patricia Spinelli / Alamy








