Within the watery glass

Non so se vi è mai capitato da bambini di intrufolarvi di nascosto in soffitta. Per soffitta intendo ovviamente qualsiasi locale della casa dove il ciarpame accatastato negli anni veniva trasferito durante i periodici sgomberi. Nel mio caso si trattava di una stanza posta all’esterno della vera e propria casa. Abitavo allora in una grande fattoria, con un vasto giardino tutto intorno e molti ettari di vigna ed alberi da frutto. Vicino alla casa, che era su due piani (noi abitavamo al piano terra mentre la famiglia dei miei zii al piano superiore) c’erano i resti di vecchie strutture un tempo adibite a rimesse agricole: le stalle ormai in disuso, la cantina, l’officina, i magazzini eccetera. Proprio accanto alla porticina della cantina, si apriva un’altra porta, colorata di verde sbiadito; oltre la soglia, illuminata dalla flebile luce di una nuda lampadina, stavano disposte su varie file, stratificati, come residui geologici, i ricordi di quasi 100 anni di vita della mia famiglia. Ci si trovava di tutto, dalla pelliccia della bisnonna a certe meravigliose foto d’epoca con misteriosi signori in giacca a righe, paglietta e bastone da passeggio e belle dame in abito lungo e ombrellino di pizzo. C’erano tonnellate di oggetti troppo vetusti per venire definiti vintage e troppo moderni per venire considerati antiquariato; vecchi dischi di gommalacca da grammofono, sevizi di spessi calici dal bordo dorato, lampadari di cristallo dismessi da decenni, scarpe di velluto blu notte ornate di perline sopravvissute indenni al dopoguerra. Sopra ogni cosa, galleggiava quell’odore così particolare di naftalina e di polvere che altro non era se non il profumo residuo dei fantasmi delle vite passate.
La casa dove sono cresciuta è stata venduta qualche anno fa e suppongo che quella stanza sia rimasta chiusa fino al momento in cui le ruspe l’hanno rasa al suolo per far posto al moderno residence con piscina che c’é ora.

Stranamente, proprio da quel momento, ho smesso di collezionare ricordi. Da bambina (e anche più in la’ con gli anni, a dir la verità) ho sempre riempito cassetti con oggetti e souvenir. Erano cose insignificanti per tutti tranne che per me: un sasso raccolto a Central Park, un fiore pressato in un vecchio libro, i vari biglietti aerei (incluse le striscie adesive delle valigie), i documenti d’identità scaduti e mai restituiti, il tesserino della Tube datato 1982 (la mia prima volta a Londra) il vecchio Walkman Sony rosso, ormai amputato di tutti i tasti tranne (chissà perché) quello dell’avanzamento veloce. Insomma, altro ciarpame accatastato che probabilmente adesso sarà sepolto nella discarica di Rosignano Solvay, guardato a vista dai gabbiani e dalle pantegane.
Quando ero adolescente, rammento che mostravo il mio cassetto dei ricordi alle amichette che venivano a trovarmi. Passavo pomeriggi a raccontare le vicende legate a quegli oggetti, appassionata guida nel museo personale dei bei tempi andati, e lo stesso facevano loro quando ricambiavo la visita. Strano come gli esseri umani finiscano col vivere la propria vita attraverso i ricordi; ancora più strano come l’intensità di quei ricordi aumenti quando si tiene un sasso o un fiore rinsecchito tra le mani (è proprio vero, siamo un popolo “tattile” dopotutto)…
Questo era allora. Adesso tutto è diverso. Lasciando l’Italia per venire a vivere qui ho dovuto prendere la decisione di abbandonare tutto per viaggiare leggera mettendo in valigia solo il minimo indispensabile, la macchina fotografica, il portatile, qualche maglietta, un paio di scarpe e poco altro. Messi in salvo nella grande biblioteca della nuova casa di mia madre i miei ultimi 20 anni di vita (una collezione di libri a cui non sono ancora pronta a rinunciare e a cui credo mai rinuncerò) mi ritrovo ora senza cassetti di ciarpame e senza ricordi in forma fisica. A parte quest’assurda cosa che passo ora a mostrarvi.

Si tratta di un quaderno comprato a Portobello appena arrivata alla fine del 2006. Sulle sue pagine, per un anno preciso, ho raccolto biglietti, etichette. cartoncini e confezioni proveniente da cose comprate qui. La raccolta è veramente assurda, sembra un’ode al consumismo più sfrenato.

Si tratta sopratutto di oggetti collegati al cibo, c’é una lunga sfilza di pagine dedicate ai prodotti alimentari tipicamente Inglesi con commenti come “non c’é male” “buono” oppure “fa veramente schifo!”. Non so per quale ragione io abbia raccolto questa roba; credo si tratti della mia collezione finale, il mio ultimo museo del ricordo: dopo questo, posso dire di aver finalmente cominciato a vivere la vita, invece di limitarmi a collezionarla.

Ci sono comunque alcuni souvenir che conservo in forma digitale nel computer, e qui vorrei ora condividere questi ricordi con voi. Sedetevi qui vicino a me che passo a presentarvi:

Il primo lavoro di grafica -relativamente- serio che ho fatto. Questa piccola cosa mi ricorda i bei tempi andati. Dovete sapere che quando vivevamo insieme, io e Graziella passavamo le serate a sfidarci a “uomo non ti arrabbiare” un gioco da tavolo che trovo tutt’ora entusiasmante. Il gioco, conosciuto anche col nome di Ludo o Ludi, è datato fine ‘800 ed è una semplificazione dell’antico Pachisi. Qualche anno fa, girando in rete, mi è capitato di trovare una versione digitale fatta da un giovane programmatore e l’ho scaricata. Oggi fa un po’ sorridere, perché si tratta di un programmino molto spartano se confrontato a certi giochi contemporanei, ma funzionava bene (funziona perfettamente tutt’ora) ed era ben gradito al sistema operativo più instabile dell’universo (cioè windows). Insomma, facendola breve, il giochino era ok ma graficamente era piuttosto bruttino, così in pratica l’ho ridisegnato tutto per mio piacere personale. Nell’immagine più in alto potete vedere la versione originale a sinistra ed il mio layout a destra. Visto che era venuta abbastanza bene, ho inviato all’autore del gioco la mia versione della plancia e delle pedine dicendogli che se voleva poteva utilizzarle come meglio credeva. A lui la grafica è talmente piaciuta che l’ha aggiunta al set di base del gioco. Se infatti andate all’indirizzo scritto qui sotto, potrete scaricare il gioco e anche il “wood theme by Paz Spinelli”. Ludo è molto carino, sia che l’abbiate già giocato, sia che non lo conosciate, ve lo consiglio. Per scaricarlo fate click qui.

Questa invece è una pagina delle mie personali statistiche di Alamy (se siete curiosi potete ingrandirla cliccandoci sopra). In particolare si tratta del materiale inviato per il Quality Control. La scritta in rosso situata più o meno a metà della lista, è l’unico rifiuto ricevuto dall’agenzia e segna l’esatto momento in cui ho deciso di passare da semi-professionista a professionista (almeno da un punto di vista morale). Al di sotto della riga rossa sono raccolti gli invii precedenti al marzo 2008; fino a quel momento avevo presentato solo illustrazioni perché la mia macchina fotografica di allora non era all’altezza degli standard di Alamy (da qui il rifiuto in rosso). Nell’aprile 2008, come forse ricorderete, ho deciso di saltare il fosso ed ho comprato una nuova Nikon e tutto è cambiato. L’acquisto della macchina però è stato l’ultimo passaggio di un tormentato tira e molla interiore tra la ragionevole decisione di tornare in Italia e quella molto meno logica di insistere e restare a Londra. Ecco perché questo documento è così importante per me, segna l’esatto, preciso momento in cui mi sono arresa a questa città e forse al mio destino. Chissà se tra quanche anno non ci ritroveremo qui a riparlare di questo foglio dicendo “pensate se fossi tornata via allora”…

Questo è invece l’avviso che ho ricevuto da parte di Alamy riguardo alla vendita del mio dragone alato. Anche se ci saranno altre vendite in futuro ed altri documenti ufficiali, questo rimarrà per sempre scolpito nella mia memoria. La prima volta, si sa, non si scorda mai.

Questa è la foto di un libro che forse vi risulterà familiare. Si tratta di “Uncovered” di Thomas Allen, artista di cui ho parlato in un post precedente (QUI) e che amo particolarmente. C’è una bella storia dietro che vale la pena di raccontare. Mentre facevo le ricerche per il mio articolo su di lui, per qualche imperscrutabile ragione ho sentito l’impellente necessità di scrivergli due righe riguardo una mezza idea che mi era venuta in mente e che pensavo potesse risultare utile per un suo eventuale progetto futuro. Non avendo l’indirizzo personale, ho inviato la mail alla sua galleria pregandoli di fargliela pervenire. Pensavo fosse finita lì (tenete presente che Allen è un nome molto preminente nella scena dell’arte e della fotografia contemporanea) e invece lui mi ha risposto entusiasta, definendomi (con mia immensa sorpresa) “la sua nuova migliore amica”. Da quel momento ogni tanto ci scriviamo raccontandoci le nostre cose e Tom mi ha inviato il suo ultimo capolavoro (una prima edizione fra l’altro, già andata esaurita, un piccolo gioiello di editoria, vi assicuro) con una bellissima dedica. Persona splendida, Thomas Allen, che serva di lezione a tutti quegli artisti parrucconi che si danno tante arie e trattano il pubblico come degli zerbini, vergognatevi!

Questa immagine invece riguarda voi, cari lettori. La mappa fa parte delle statistiche raccolte da SiteMeter e si possono qui vedere purtroppo solo gli ultimi 100 ingressi al mio blog. Voi siete tutti quei bei puntini bianchi e verdi. Io sono invece quel grassoccio puntino rosso. Se non bastasse la personalissima soddisfazione di immaginare cento testoline dietro a cento monitor tutte prese a leggere quello che la vostra affezionatissima scrive, ancora più grande per me è il piacere di vedere dalle statistiche che siete più o meno sempre gli stessi e che tornate a trovarmi periodicamente. Insomma, siamo ormai diventati vecchi amici, peccato non poterci catapultare tutti insieme nel pub più vicino per un giro di birra.
Che vi voglio bene a tutti è cosa ormai appurata, ma vorrei abbracciare virtualmente (e simbolicamente) in particolare tre persone. Che ovviamente non conosco, sicché la cosa è ancora più divertente. Dalla mappa qui sopra potete vedere che siete più o meno tutti raggruppati in una zona abbastanza circoscritta (Italia, sopratutto, ma anche una bella fetta dei territori europei circostanti) sicché non ve la prenderete se dedico queste ultime righe a tre coraggiosissimi lettori, tre puntolini bianchi che orbitano molto, molto lontano dal nostro epicentro.

Amico/amica che mi segui da Stanford, California, amico/amica che mi leggi da Santiago del Cile e tu, amico/amica da Perm in Russia, che mi fai dono del tuo prezioso tempo: grazie! E grazie anche tutti gli altri “esiliati” i cui puntini al momento non appaiono nella mappa: lo so che ci siete, così lontani eppure così vicini. Siete bellissimi!

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Iconic ’60s

Nel sito di NME, famoso per il vasto archivio dedicato al music business ed a tutto ciò che vi orbita intorno, è possibile vedere in questi giorni gli splendidi scatti di Robert Altman e Henry Diltz. Non solo si tratta di opere artisticamente straordina-rie, ma queste foto (ed i relativi commenti degli autori) racchiudono in se tutta l’atmosfera dolce-amara di un’epoca che mai più potrà tornare. Imperdibile.

MNE photos
http://www.nme.com/photos

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Sull’arte e sui tempi moderni

Qualche tempo fa, parlando delle porcellane frantumate di Martin Klimas, mi sono ritrovata a riflettere sul concetto moderno di arte.

©Martin Klimas/www.themorningnews.org

E’ arte qualcosa derivato solo marginalmente dall’azione umana? Perché nel caso di Klimas, non lo si può negare, sono gli oggetti (la statua, la macchina fotografica ed il flash) a concretamente “fare arte” mentre la persona è relegata sullo sfondo con il compito secondario di “registrare” l’avvenimento. E’ vero, è Klimas che lascia cadere la statua e pertanto dà’ inizio all’azione (ed il termine “arte” significa in parte questo, dal latino artem, “maniera” di cui la particella “ar” di origine antecedente esprime “l’inizio di un azione”) ma la conseguenza del suo “lancio”, la distruzione dell’oggetto in se, è del tutto imprevedibile e autonomo e nulla ha a che vedere con le capacità o le intenzioni di Klimas.
Dunque cos’é l’arte?
Da un punto di vista puramente lessicale, per arte si dovrebbe intendere una “[...] attività umana che si compie con l’ingegno e secondo regole dettate dall’esperienza e dallo studio [...]” (rif. Garzanti Linguistica). L’etimologia della parola suggerisce semplicemente un’azione finalizzata alla creazione di un qualcosa di nuovo compiuta da qualcuno senza alcuna considerazione per il valore astratto della cosa stessa; non è infatti un caso che in passato la parola “arte” avesse un significato molto meno sofisticato di oggi, basta infatti pensare al termine comune “arte e mestieri”. Da questo punto di vista quindi,  ”opera d’arte” significa solo “opera realizzata” e niente altro.
Un altro modo di vedere la cosa comporta un momentaneo allontanamento dall’opera e dall’artista che l’ha generata, volgendo lo sguardo altrove: se un albero cade nella foresta ma non c’é nessuno ad assistere all’avvenimento, si può dire che sia realmente caduto? Un’opera esiste a prescindere oppure chi la osserva contribuisce al suo valore? E che dire di chi registra l’avvenimento e lo espone all’attenzione delle masse? E’ ragionevole pensare che certe situazioni, certi avvenimenti che non dipendono necessariamente da noi possono diventare arte (nel senso di assumere un nuovo significato) se chi assiste riesce ad interpretare l’avvenimento ed a riproporlo senza necessariamente aggiungerci “del suo”, senza avvalersi di un personale punto di vista o di un qualsiasi artificio che esprima un nuovo concetto partendo da qualcosa di preesistente. La’ dove apparentemente latita il significato, sarà l’immaginazione del pubblico a supplire alla mancanza. Questa alternativa visione dell’arte porta di conseguenza un’eccitante costatazione: il mondo intorno a noi potrebbe essere gremito di potenziali opere pronte ad essere “colte” da chi ha l’occhio (e la sensibilità) di notarle.

Copyright Patricia Spinelli / AlamyCopyright Patricia Spinelli / Alamy

“Monks, Burma 2005” installazione di JR, East London (©Patricia Spinelli/Alamy)

In questi ultimi mesi ho avuto modo di frequentare la zona est di Londra insieme, o meglio proprio grazie a Mauro e devo dirvi che l’esperienza sta risultato molto più catartica del previsto. Il fatto è che la zona di Brick Lane al momento è una vera e propria galleria d’arte proletaria a cielo aperto. Voi passeggiate per le strade e siete bombardati da messaggi visivi. I graffiti, che restano comunque uno dei media più diffusi, stanno lentamente lasciando il posto a vere e propri installazioni tridimensionali: sui muri in mattoni gialli delle vecchie warehouses (i magazzini un tempo utilizzati per lo stoccaggio dei vari materiali) è tutto un fiorire di applique, minuscole sculture generalmente posizionate dove meno te le aspetti, negli angoli dei cornicioni, sotto i davanzali, in cima ai comignoli. Non sempre il significato è evidente e talvolta solo chi ha piazzato lì quel determinato pezzo sa esattamente il perché ed il percome, ma questo è irrilevante. La cosa veramente importante è che qui sta dipanandosi una fitta rete di comunicazione tra chi crea e chi osserva. Una delle cose che mi fa amare particolarmente questo fenomeno è l’evidente onestà dell’iniziativa: gli artisti non hanno volto, non hanno nemmeno un nome. Rare sono diventate le sigle o gli pseudonimi su quei muri, praticamente inesistenti le vere e proprie firme. Una delle più comuni ragioni moderne del “fare arte”, l’autoaffermazione, qui sembra non esistere ormai più. Lo scopo non è tanto “apparire” quanto “far pervenire il messaggio”; personalmente non riesco ad immaginare attività artistica più disinteressata.

East London (©Patricia Spinelli/Alamy)

Il bombardamento di imput visivi innesca una duplice trasformazione: da una parte gli artisti entrano virtualmente in contatto tra loro perché lo spazio comincia a scarseggiare e i vari lavori finiscono per nascere e svilupparsi a pochi centimetri l’uno dall’altro e qui possiamo osservare una prima enorme differenza dagli anni del boom dell’arte di strada, il 1980 e dintorni: nessuno sembra voler cancellare i lavori degli altri. Questo indica un cambiamento non tanto di stile, quanto di messaggio; non si tratta più di affermare la supremazia (originariamente di una banda) su una strada o un territorio bensì di convivere rispettando lo spazio altrui. Inoltre, in alcuni casi, è evidente una vera e propria contaminazione artistica. Le singole opere non cercano di sopraffarsi a vicenda ma si inseriscono le une nelle altre e là dove un artista “sconfina” in spazi già occupati, si assiste ad un affascinate connubio di intenti. I messaggi, come gli stili, possono essere diversi eppure in qualche modo riescono a convivere, talvolta a trarre ispirazione vicendevolmente con il risultato che spesso il messaggio (o l’estetica) di un singolo artista risulta, proprio a causa di questa estemporanea unione, amplificato.

East London (©Patricia Spinelli/Alamy)

La seconda parte della trasformazione riguarda gli spettatori. Al contrario di una galleria, dove è l’ambiente di partenza a stabilire un codice di interpretazione per il pubblico (e infatti non è un caso che la Tate Modern, ad esempio, abbia un allestimento di base diverso dalla Portrait Gallery o dal Barbican o dalla Saatchi), l’arte libera di Brick Lane è totalmente priva di qualsiasi codice di lettura. Le strutture dove le opere nascono e crescono (e talvolta muoiono) sono i muri cittadini i quali, pur conservando una propria identità ben definita (sopratutto storica) fanno comunque parte del partimonio della collettività e pertanto non subiscono imposizioni da un’unica direzione. Questo porta gli artisti ad esprimersi liberamente (perché dopotutto è la loro città, è casa loro) ed il pubblico a ricevere senza interruzioni ne’ filtri il messaggio espresso dagli artisti. Il risultato è che il visitatore, dopo un periodo di iniziale acclimatazione, comincia ad assorbire per osmosi non tanto i singoli messaggi delle opere, che sono diversi per ogni artista e quindi difficilmente identificabili nell’enorme massa dei lavori, bensì il concetto più alto e più puro di arte, cioè l’esistenza e l’importanza della libera espressione.

East London (©Patricia Spinelli/Alamy)

Le opere degli artisti di strada, essendo per loro natura refrattarie a dogmi imposti da elitarie scuole di pensiero perché scaturita da menti cresciute all’esterno degli allevamenti/prigioni delle gallerie private, hanno il solo scopo di esistere per esistere, e cioè non di sfruttare le strade cittadine come trampolino di partenza per raggiungere magari i muri di gallerie importanti (come accadeva intorno agli anni ‘90) ma di vivere dell’attenzione proprio di quella gente comune che probabilmente mai avrà la possibilità economica di cambiare, con il proprio contributo, la vita dell’artista. Se poi, durante questo popolare scambio di messaggi, qualche abile mercante d’arte si insinua cercando di trarne un profitto personale (e generando, anche se involontariamente, un profitto per l’artista) la cosa è irrilevante; lo dimostra ad esempio, il caso Banksy, ormai famosissimo e probabilmente miliardario, che però, in barba a qualsiasi convenzione sociale/economica, insiste a mantenere l’anonimato e non rinuncia alla sua indipendenza artistica continuando a dipingere per strada proprio per quella gente comune che (come lui ben sa) non potrebbe mai permettersi di acquistare una sua opera. E se questo può sembrare una piccola cosa, quasi un vezzo da parte di chi è arrivato e sembra ormai solo voler giocare a fare il teppista, pensate a quanto il valore di una casa possa aumentare avendo un Banksy originale disegnato sulla facciata.

©Banksy/www.banksy.co.uk

Viviamo in un epoca densa di emozioni: non è difficile guardarsi intorno e ripensare, con un po’ di nostalgia, alla semplicità dei tempi andati ma questo è tipico di qualsiasi periodo storico. La differenza forse sta nel fatto che mentre in passato ognuno riusciva bene o male a coltivare il proprio orticello e bearsi di un’illusoria -ma comunque reale- tranquillità, oggi questa fragile certezza è stata spazzata via con il fragore di una bomba; i muri delle case si fanno giorno dopo giorno sempre meno solidi, sempre meno protettivi ed il mondo là fuori, un tempo immaginato attraverso le voci della radio e le immagini in bianco e nero delle pri-me televisioni in un’indefinibile collocazione geografica sempre e comunque molto distante dalla soglia di casa, ormai sta bussando praticamente alla porta. E l’arte, che è creazione dell’uomo e pertanto specchio dei tempi, sta diventando l’unico reale antidoto alla bruttezza di un mondo con cui non riusciamo più ad identifi-carci e su cui non abbiamo più un reale controllo. Gli avvenimenti accadono nostro malgrado, e nostro malgrado siamo trascinati via dalla corrente delle inevitabili conseguenze. E l’arte diventa il tronco galleggiante su cui tutti, artisti, pubblico e critica, si aggrappano con disperazione per scampare all’annegamento.

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Però prima della fiacca…

Devo dire che mi sono data veramente da fare negli ultimi due mesi. Le illustrazioni in vendita su Alamy hanno raggiunto quota 94 mentre le fotografie al momento sono 128 ma diventeranno 171 non appena troverò la voglia di controllare le keywords per spedirle all’agenzia e farle applicare alle immagini. Sono anche veramente contenta di essermi sforzata di sistemare il mio sito ufficiale perché era da tempo che volevo ridisegnarlo includendo i vari collegamenti ad Alamy e spostando le vecchie cose in un mirror site (un sito parallelo) chiamato Xperimental e dedicato esclusivamente ai miei progetti non commerciali. Mi sono dovuta dare un bel calcione nel sedere perché, vi assicuro, è stato un lavoro veramente noiossissimo. Però andava fatto perché ho visto dalle statistiche che gli ingressi sono aumentati in modo esponenziale ed ho ragione di credere che si tratti di possibili clienti/datori di lavoro/agenzie/gallerie. Infatti, se pur con la lentezza di una tartarughina con gli scarponi da sci, piano piano l’url del mio portfolio comincia a girare in rete. Ecco giusto un paio di scatti per farvi vedere le nuove pagine.

Come potete vedere non ho modificato granché, più che altro ho riorganizzato il tutto e dato una rinfrescatina alla grafica. Devo dire che trovo il cambio di colore tra la parte professionale e quella personale molto divertente e sono anche soddisfatta di come appare la pagina con le illustrazioni divise per collezioni.

Se volete farci un giro, l’indirizzo è sempre lo stesso, www.walkongrass.com >>

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Fiacca profonda

Ultimamente mi sono lasciata un po’ tentare dalla pigrizia. Non mi preoccupo più di tanto perché questi momenti di assoluta vacuità creativa e/o energetica sono endemici del mio carattere: quando sono carica lavoro fino a farmi venire i crampi alla mano per poi afflosciarmi come un canotto sgonfio non appena tocco la spiaggia dell’esaurimento. Siccome in questi casi l’esperienza mi insegna che non c’é proprio niente da fare (ho provato a lavorare in questo stato, sono venuti fuori degli orrori che non vi dico!) non resta che rassegnarsi, godersi la vita – e la momentanea vacanza – e aspettare che ispirazione ed energie ritornino. Nel frattempo, come potete vedere, la mia giornata è impegnata a portare comunque avanti più attività per volta (da quando sono a Londra mio secondo nome è diventato Miss Multitasking!) e pur essendo cose assolutamente piacevoli perché di un’utilità prossima allo zero, devo comunque sforzarmi per non abbioccarmi sul tavolo. Anche adesso, mentre scrivo: uno spettacolo pietoso!

Nell’immagine potete vedere l’aspetto del mio desktop da una settimana a questa parte: allevo, incrocio e vendo piante virtuali giocando a Plant Tycoon (vi parlerò in seguito di questa mia ennesima insana passione), tengo un occhio su Outlook per eventuali mail di lavoro, sto finendo la traduzione di un brano dall’inglese per Graziella e contemporaneamente leggo internet, che è perennemente aperto sul forum di Alamy Pro e, a minuti alterni, sul blog del “rematore folle” Alex Bellini.

Ecco, e tenete presente che io così mi rilasso.

PS: “occhio di ghiaccio” Alex Bellini è un uomo che definire straordinario è come dare del “bravino” a Beethoven. Alex sta tentando la traversata in barca a remi dell’Oceano Pacifico ed in questo momento si trova a circa metà strada tra il Perù e l’Australia. Se siete amanti della vera avventura, vi consiglio di precipitarvi a leggere il suo diario di bordo perché davvero merita.

Il blog di Alex Bellini
http://www.alexbellini.it/

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