Big world, little people (parte III)

Se analizzando il lavoro di Thomas Doyle abbiamo avuto modo di scoprire una funzione decisamente meno ludica delle miniature definendo i suoi lavori “vagamente inquietanti”, con le opere dell’Italiano Adalberto Abbate sprofondiamo nel macabro più profondo.

Vorrei fare un piccolo inciso che parte da una personale (anche se diffusa) convinzione: l’odierno linguaggio tele-giornalistico, con il suo monotematico, continuo fluire di tragiche immagini (e mi riferisco a quelle pulp ai limiti del pornografico) corre serialmente il rischio di rendere indifferente l’osservatore. Ogni televisione del mondo è diversa, naturalmente, ma essendo ormai a Londra da quasi due anni non posso fare a meno di notare come qui le news (nello specifico quelle della BBC) vengano riportate in maniera totalmente diversa che in Italia. Tant’é che mentre là mi capitava spesso di ascoltare i giornalieri bollettini di guerra e disastri senza prestare reale attenzione alle notizie, qui, per impostazione dei conduttori e per stile letterario di giornalisti e redazioni, è difficile restare indifferenti. La ragione per cui scrivo questo è che, secondo me, i lavori di Abbate scaturiscono da una esperienza totalmente Italiana ed in questo caso essere Italiani e vivere o aver vissuto un certo rapporto quotidiano con la cronaca nera, facilita la comprensione delle sue opere.

Nel “piccolo mondo” di Abbate non sembra esserci scena che non racconti orribili fatti di cronaca. La cosa che rende i suoi diorama ancora più emozionalmente terribili, è il rendersi conto che lo scopo di questi plastici non è tanto quello di esprimere o suscitare un qualsiasi un sentimento, bensì quello di rappresentare la realtà attraverso l’occhio distaccato di uno spettatore abituale.

Non so se è capitato anche a voi, ma la prima cosa che mi è venuta in mente guardando queste miniature, è stato il plastico di Cogne di Bruno Vespa. Ancora oggi mi domando perché la Rai abbia deciso di ricorrere ad una trovata scenica di così cattivo gusto. Perché stilizzare una vicenda enormemente complessa riducendola alle dimensioni di una casa di bambole? Non sto parlando in termini filosofici qui, chiariamo, solo da un punto di vista prettamente visivo/comunicativo: non riesco a non pensare infatti, che anche questo coup de théâtre ha contribuito ad alimentare quel circo mediale di cui tristemente abbiamo memoria.

I diorana di Abbate rischiano di venire considerati semplici esercizi di -brutto- stile se vengono allontanati dal panorama contemporaneo dell’informazione Italiana. Ma se li riconduciamo alla realtà dei plastici di Vespa e dei talk show di Costanzo, una nuova lettura sembra più appropriata, quella della critica. La gente è ormai indifferente alla cronaca nera: ha visto di tutto (vede quotidianamente di tutto) e questo ammasso informe di pseudo-informazione finisce col minimizzare l’ìmpatto emotivo che la tragica realtà ha sullo spettatore. Esattamente come accade guardando un pupazzetto di plastica agonizzare in una pozza di vernice rossa.

Il sito ufficiale di Adalberto Abbate
http://www.adalbertoabbate.com/

Se vi siete persi i precedenti articoli riguardo i “little people” potete trovarli qui:
Big world, little people (parte I)
Big world, little people (parte II)