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Sembra che ultimamente sia tutto un fiorire di artisti con background scientifico. Trovo affascinante questo fenomeno sia perché sono estremamente interessata alla scienza, sia perché questa “rivincita dei nerd” -o meglio dei “geek”- rappresenta a mio giudizio la meritata ricompensa per tanti anni di invisibilità o peggio, di bullismi subiti.
C’è una coppia di ragazze Giapponesi, Sachiko Kodama e Minako Takeno che hanno unito elementi di fisica con l’arte e l’hanno fatto proprio bene perché il risultato è molto interessante. Sachiko Kodama, durante i suoi studi di fisica all’Hokkaido University, scopre le bizzarre proprietà del “ferrofluido”, un elemento liquido di base ferrosa utilizzato per lo studio dei campi magnetici. Questa specie di brodo primordiale polarizzato, nero, denso e vischioso, ha la curiosa abitudine di reagire alla presenza di un magnete, disponendo le proprie molecole in forme geometriche simili a cristalli metallici in strutture all’apparenza solide ma che sono invece del tutto effimere, tant’è che appena l’impulso viene a mancare, la struttura si scioglie e torna liquida.
Nella loro opera più conosciuta, “Protrude, flow”, per ottenere variazioni imprevedibili (ma non casuali) del fluido, nella stanza dove è stata esposta l’opera sono stati installati dei microfoni; i suoni ambientali, trasmessi in tempo reale ad un computer, vengono quindi trasformati in impulsi da inviare a sonde elettromagnetiche e queste a loro volta, agiscono sul ferrofluido. Il risultato è un ipnotica quanto inquietante pulsazione liquida risultante in un continuo scioglimento-solidificazione dell’elemento.
Devo ammettere che fino ad ora non avevo amato molto Torchwood, il telefilm che lo scorso anno aveva assunto identità indipendente dopo che il suo personaggio principale, il capitano Jack Harkness, era apparso per la prima volta nel nuovo Doctor Who. Ho guardato tutta la prima serie un po’ combattuta fra la rabbia nel vedere un’idea potenzialmente buona cadere come una quaglia impallinata sotto il tiro incrociato di sceneggiatori in evidente stato confusionale ed il nervosismo di dover assistere ogni trenta secondi a pruriginosi riferimenti sessuali (comincio davvero a credere che gli Inglesi siano effettivamente un pochino ossessionati). Fatto sta che invece, un paio di settimane fa, il capovolgimento totale: uno dei personaggi principali, il belloccio/donnaiolo/moderatamente stronzo dottor Owen Harper, individuo cordialmente antipatico e afflitto da un’abissale vacuità intellettuale, all’improvviso è stato ammazzato. Al che uno subito si immagina che, come generalmente succede, la morte virtuale sia il solito escamotage trito e ritrito per dare una giustificazione letteraria al ben più reale licenziamento dell’attore, e invece no. Il dotto Harper è morto ma resta nel serial, e lo fa sottoforma di zombie.
Nella prima serie di Torchwood, proprio all’inizio, vediamo il gruppo riportare in “vita” per alcuni secondi un morto assassinato attraverso l’uso di un artefatto alieno a forma di guanto. La procedura è finalizzata a scoprire l’identità dell’omicida ma anche a soddisfare la morbosa curiosità del capitano Harkness che vuole sapere se c’è un aldilà (lui è diventato immortale in una puntata del Doctor Who). Il capitano Harkness, dispiaciuto della morte improvvisa del collaboratore, decide di rianimarlo brevemente per permettere a tutto il team di dargli l’ultimo saluto (e per farsi dare il pin per avere accesso ai dati dell’obitorio) sennonché l’artefatto originale è andato distrutto, così Jack trafuga l’unica copia conosciuta del guanto e lo utilizza sul morto. Ma i due oggetti non sono identici e invece di ritornare nel regno dei trapassati dopo qualche istante, il dottor Harper resta vigile e cosciente. Per sempre, apparentemente.
La cosa divertente di questa trovata sta nel fatto che (e qui devo ammettere che gli sceneggiatori sono stati geniali) il personaggio è clinicamente morto e quindi il suo corpo è soggetto a tutta una serie di fastidiosi contrattempi, impossibilità a digerire alimenti e bevande (dopo una notte di sbronza il poveraccio deve mettersi a testa in giù per rigettare una decina di litri di birra che altrimenti non andrebbe da nessuna parte) impossibilità ad avere un’erezione, con enorme sconforto del suo gigantesco ego e sopratutto impossibilità a riprendersi da eventuali traumi fisici. E dato che il personaggio, come abbiamo già detto, ha il quoziente intellettivo di una zucchina lessa, la prima cosa che pensa bene di fare è rompersi un dito e tagliarsi via mezzo palmo di una mano. Al che la mia fantasia ha cominciato a galoppare. E se si slogasse una spalla? E se si rompesse un menisco? E se prendendo la metropolitana rimanesse bloccato nelle porte scorrevoli e metà del suo corpo finisse sfracellato contro la parete del tunnel? Personalmente, non vedo l’ora che il dottor Harper diventi una sanguinolenta polpetta ambulante, sparpagliato, un piede qui, un braccio là, per tutta la centrale operativa di Torchwood.
Ho un nuovo batch di 26 illustrazioni in vendita su Alamy. Se volete dare un’occhiata alle mie ultime fatiche (e credetemi, stavolta ho faticato davvero, un sacco di ore di postproduzione in photoshop, un torcicollo ed un crampo alla mano che non vi dico) fate click QUI.
Mi domando quale sia la logica perversa che ha portato i programmatori del nuovo Outlook a mettere come settaggio di base l’opzione che elimina dalle mail tutti (ma veramente TUTTI) gli allegati senza neppure degnarsi di avvertire gli utenti. Capisco che siamo tutti una massa di babbei che va protetta anche da se stessi, ma una semplice finestrina al momento dell’installazione dove viene offerta la scelta di disinstallare l’odioso cane da guardia proprio no, eh?