
In queste ultime due settimane ho iniziato due articoli e li ho mollati a metà. Non che non fossero interessanti, anzi, credo meritassero veramente di venire letti perché riguardavano argomenti reali e concreti e pure originali. Sì, lo so, si dice sempre così delle cose non pubblicate, tanto chi può dimostrare il contrario? Questa volta però sono sincera, più o meno, erano carini e non è detto che non li riprenda, un giorno o l’altro… La verità è che non sono riuscita a finirli perchè il solo scriverli, o meglio il solo tentare di scriverli, mi ha gettato nel più profondo abbiocco… Se mi sono slogata la mascella per i troppi sbadigli io, che li stavo scrivendo, immagino cosa sarebbe successo ai malcapitati che fossero stati costretti a leggerli… Perciò vi ho risparmiato una noia infinita, apprezzate il gesto.
Non so perché ultimamente tutto mi annoia a morte. No, forse il termine noia non è esatto perché non esiste proprio cosa che possa annoiarmi, ho troppi interessi, troppo poco tempo e troppa meraviglia per il mondo per annoiarmi. Diciamo che ultimamente mi trovo a pensare e ripensare continuamente (e con estrema irritazione) alle cose che dovrei fare e che non faccio, a quello che avrei dovuto fare in un anno qui e non ho fatto e a quello che mi riprometto di fare da qui al prossimo luglio (data in cui mi scaderà l’affitto e dovrò decidere se restare o se tornare in Italia) e alla possibilità che io fallisca anche in questa impresa, decretando così il mio fallimento totale. La percentuale di probabilità che ciò accada veramente sono molto variabili e direttamente proporzionali al mio stato d’animo. Se sono in un momento di smodato ottimismo, la percentuale scende quasi allo zero, perché, sì sa, se sei convinto di fare la cosa giusta sei anche più che certo che prima o poi succederà un qualcosa che ti ripagherà di tutte le fatiche. Se invece sono moderatamente depressa, come in questi giorni, la percentuale di possibilità di successo scende in picchiata fino a toccare i minimi storici. Non ne faccio una tragedia, ormai mi conosco e so che si tratta di fasi assolutamente normali e passeggere, ma non posso dire di esserene “amused” (cioè “divertita”, un termine tanto caro alla Regina Vittoria che è diventato proverbiale: “We are not amused!” soleva dire la regale vegliarda, utilizzando un bel “we”, cioè “noi” tanto per far capire all’interlocutore che non aveva a che fare con una sguattera qualsiasi!). No, We are not amused at all, anzi, in verità mi sono rotta gli zebedei di questa perpetua montagna russa emozionale. Dovrei dedicarmi allo studio della meditazione Vulcaniana, chissà che eliminando del tutto i sentimenti dalla mia vita io non riesca a concludere qualcosa di buono. Ovviamente non potrei godere del risultato (senza emozioni…) perciò sarebbe una bella fregatura comunque.

Ho trascorso le ultime due settimane a lavorare 12 ore al giorno a certe nuove illustrazioni per tentare di entrare in Shutterstock, una micro-agenzia che pare sia estremamente esigente per quanto riguarda la qualità dei lavori. In compenso, come tutte le micro-agenzie (dio ce ne scampi) vende le immagini a prezzi da mercatino dell’usato, un dollaro a foto, se sei fortunato. La mia situazione attuale non mi permette di fare troppo la preziosa purtroppo; Fotolia (l’agenzia con la quale lavoro da prima dell’estate) versa in cattive acque dopo un disastroso aggiornamento del loro server che ha tagliato le gambe un po’ a tutti quelli che ci lavorano, perdendo anche molti clienti a causa di un black-out funzionale che ha reso impraticabile il sito per quasi un mese. Inoltre, ad essere sincera, non ho mai venduto molto tramite loro. Credo fondamentalmente che la colpa vada divisa equamente fra il loro modo di gestire il business e le mie immagini, che per quanto valide e qualitativamente passabili, non rientrano del tutto nel genere facilmente vendibile (quello dei soggetti tipici da pubblicità, bambini sorridenti e belle figone scosciate, per citarne due a caso). Riguardo alla gestione del business, vendere immagini e foto per poche sterline è una mossa vantaggiosa per le micro-agenzie -che prendono sempre e comunque dal 35 al 50% su qualsiasi vendita- ma è un salasso per i fotografi, che sono oltre 10.000 e quindi hanno poche speranze di avere un solido ritorno economico cadauno. Questo mi irrita al punto da farmi venire l’ulcera. Se non bastasse, mi irrita ancora di più il principio che in un mercato sempre affamato per nuove immagini, ci siano questi sciacalli che vendendo foto e illustrazioni a pochi dollari, talvolta miseri centesimi, hanno fatto crollare i prezzi di mercato. Un altro grave problema è che sempre più fotografi o artisti già affermati mettono in vendita tramite le micro-agenzie i propri “scarti”, cioè magari quelle immagini di un rullino scattato che non sono venute proprio al meglio. Ovviamente i loro “scarti” sono realizzati con macchine costosissime e in studi costosissimi con parchi lampade (neanche a dirlo) costosissimi, sicché sono di qualità altissima, se confrontati a quei fotografi che non possono permettersi tale tecnologia. Il risultato è che i professionisti vendono alle grosse agenzie per 500 sterline a foto e, non contenti, lavorano anche con le micro-agenzie vendendo centinaia e centinaia di immagini ad un dollaro l’una… Morale della favola: noi comuni mortali non vendiamo più una cippa. Proprio ieri leggevo su un forum un post giustamente furibondo di un ragazzo che raccontava di aver letto, nelle note tecniche di una foto in vendita per un dollaro su una micro-agenzia “foto scattata con Hasselblad H3d-31″; se siete del mestiere sapete cosa significa, se invece non lo siete vi dico che l’Hasselblad è la Ferrari delle macchine fotografiche e che questo specifico modello digitale costa qualcosa come 20.000 euro (non è un refuso di stampa con uno zero in più, no no, costa veramente ventimila euro!). Ecco quindi spiegato il mistero per cui gente normale, con foto o illustrazioni di buona qualità, non riescono a vendere più di tanto. Sicuramente c’é chi obbietterà che la competizione è l’anima del commercio. Io rispondo che la competizione con avversari dopati non è competizione, è una presa per il sedere. E siccome, scavando un po’ (ma nemmeno più di tanto) in rete si viene a scoprire che ormai le più importanti micro-agenzie sono di proprietà delle grandi agenzie (Istock fa parte della Getty, Snapvillage di Corbis, StockXpert di Jupiter e 123rf è di proprietà InMagine ) ecco svelato il mistero. Della serie se la cantano e se la suonano tutta da soli.
Ora, come probabilmente immaginerete, non è facile restare ottimisti davanti ad un panorama così desolante. Sicché dopo aver lavorato come una pazza per due settimane e avendo finalmente preparato una quindicina di ottime immagini (le migliori fatte fino ad oggi, devo dire) eccomi bloccata con la mano sul pulsante di invio: ma io, queste illustrazioni su cui ho sputato sangue, ma veramente voglio svenderle per un dollaro l’una? Cosa dovrei fare? Tentare con un’agenzia più grande con il rischio di vedrle magari rifiutate (con considerevole perdita di autostima, come accadde a suo tempo quando presentai il mio portfolio alla Jupiter senza neppure vedermi rispondere uno sdegnato “grazie non ci interessa”) oppure dovrei tentare la strada più semplice ma assolutamente dequalificante (ed economicamente deprimente) delle micro-agenzie?
Nel dubbio, da vera pusillanime, resto immobile. O come direbbe il mio amico Riccardo di Firenze, cristallizzata. Non so cosa fare, ed il tempo passa, e la mia dieta è andata a farsi benedire. Non ci sono santi, devo prendere una decisione prima che mi trasformi in un pachiderma.
Resto in speranzosa attesa di un segno divino che mi indichi la strada giusta. Un fulmine a mo’ di cartello stradale sarebbe l’ideale. Se poi, cadendo al suolo, si schiantasse in testa a quello stramaledetto fotografo con la Hasselblad H3d-31…

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