Reduce (indenne) da questi due giorni di follia collettiva, eccomi pronta a commentare l’avvenimento.

Come accennavo nel precedente post, gli Inglesi sono dei gran festaioli! Magari non lo danno a vedere durante la settimana, quando lavorano e se ne vanno in giro sempre di corsa, pallidi e affannati, affogati in giacche e cravatte troppo serie e con l’ormai omnipresente bluetooth piantato nell’orecchio a mo’ di cibernetica estensione del padiglione auricolare (che impressione sentirli parlare apparentemente da soli per strada, sembra di essere in un reparto della neuro).
Mi fanno una gran tenerezza questi nipotini di Churchill, seri, riservati e indubbiamente eroici, di quel genere di eroismo però che è proprio delle persone comuni e pertanto non lascia traccia nella storia con la S maiuscola. Perché lavorare per 12 ore filate senza battere ciglio perché “il Paese ne ha bisogno, ognuno deve fare la sua parte, dal cittadino alla regina” è un eroismo da romanzo d’appendice. Senza contare il fatto che qui la liquidazione non esiste e ti possono licenziare con il preavviso di appena un mese (anche se solo per giusta causa). La cassa integrazione poi è roba da fantascienza, ho cercato di spiegare di cosa si tratta a agli amici: hanno strabuzzato gli occhi e sono scoppiati a ridere… A tre mesi di distanza credo che stiano ancora ridendo. No, niente cassa integrazione, niente liquidazione, niente settimana corta, niente di niente; in compenso pagano una quantità di tasse impressionante. Fate conto che io, modesta affittuaria di un misero monolocale, devo allo stato più di 700 sterline all’anno! E sono fortunata perché vivendo da sola ho diritto ad un rimborso del 25%, altrimenti pagherei oltre mille sterline. Sono eroici gli Inglesi, ammettiamolo. Pertanto è più che comprensibile il fatto che quando decidono di lasciarsi andare, i British lo fanno alla grande, seppur in stile prettamente Anglosassone il che significa -almeno per la maggior parte di loro – “con educato entusiasmo”.

Il Carnevale di Notting Hill nasce come manifestazione spontanea nel 1965; originalmente espressione di autoaffermazione delle comunità caraibiche e africane trapiantate a Londra, col passare del tempo la festa si è evoluta arricchendosi di importanti significati culturali, attraversando però un triste periodo nel 1976 quando fu teatro di gravi scontri fra la popolazione di colore e la polizia a causa di preesistenti tensioni sociali e politiche. Avvenimenti simili si ripeterono negli anni successivi, ma col passare del tempo, sopratutto grazie al rapido progredire dei rapporti interraziali all’interno della comunità, la manifestazione ha assunto sempre più una connotazione pacifica e gioiosa. Dal 2002 una parte della manifestazione è stata spostata (per motivi logistici e di sicurezza) ad Hide Park, fermo restando Notting Hill comunque epicentro della festa.

Il Carnevale consiste primariamente in un unico avvenimento globale: musica, musica, musica. In pratica si tratta di una lunga processione di camion zeppi di mostruosi amplificatori che percorre un anello perpetuo intorno Notting Hill (Ladbroke Grove, Portobello Road e Westbourne Grove). I tir (coloratissimi) procedono ad una certa distanza l’uno dall’altro in modo da non sovrapporsi con le diverse musiche. Queste sono molto particolari, un misto di dance, calypso e reggae tutte mischiate in una fusion da delirio che da’ origine ad una colonna sonora veramente unica nel suo genere. Ogni anno i D.J. più importanti si sfidano pacificamente in un duello di originali compilations per la gioia dei baccanti. Fra un tir e l’altro, la folla impazza ballando, cantando e soffiando in una gamma infinita di fischietti ed altri strumenti multi-etnici a fiato. Il risultato è un perfetto caos assolutamente folle.

Il primo giorno di Carnevale, la domenica, è dedicato alle famiglie ed ai bambini ed il clima è moderato, suppur molto festoso. Una selvaggia battaglia a base di cioccolato fuso è stata una delle attrazioni principali. Tutta la zona è chiusa al traffico e totalmente aperta ai pedoni, perciò si passeggia senza fretta ovunque e siccome Ladbroke Grove (la strada principale) è una via molto grande, c’é spazio per tutti e nessun pigia-pigia. E’ veramente piacevole camminare in strada, si respira una bella aria da scampagnata, con la gente seduta in terra a chiaccherare e mangiare e tutte le porte e le finestre delle case aperte. Sembra veramente un grande villaggio globale. La polizia è ovunque e in grandissimo numero. Veramente impressionante vederli al lavoro in questa bolgia. I cani anti-esplosivi fanno la ronda continuamente e questo è l’unico segno che ci riporta, per alcuni brevi momenti, alla realtà. Ma la presenza delle forze dell’ordine in una tale quantità dà una grande sicurezza. Loro, i “coppers” tranquilli e sereni (e, come ho già avuto modo di dire in precedenza, molto attraenti nelle divise estive, il che non guasta) si fanno in quattro per aiutare tutti, dando senza sosta informazioni, protezione e consigli e allo stesso tempo tenendo gli occhi bene aperti su tutto quello che succede loro intorno. Una performance da medaglia al valore, veramente.

Intorno al percorso dei tir sorge un estemporaneo villaggio di punti di ristoro. Si trova di tutto, dai polli e la carne allo spiedo alla Jambalaya (la paella creola) e al Gumbo (uno stufato a base di riso e tre qualità di carne o di pesce) al cibo vegetariano, alla focaccia e la pizza e così via, il tutto rigorosamente cucinato secondo i dettami della “santa trinità” (sedano, peperoni e cipolle) e arricchito da salse e spezie tipiche della cucina creola e caraibica. Chilometri di barbeque e pentoloni ribollenti sono di per se una scena mozzafiato, con il fumo azzurro che sale nell’aria ed i raggi del sole che filtrano attraverso la densa coltre profumata.

Il clima quest’anno è stato veramente generoso… Dopo una settimana di freddo e pioggia, questo Carnevale è stato benedetto da due giorni di perfetta calura estiva. La gente si gode il sole mezza nuda seduta sui marciapiedi: sembra di essere veramente in un villaggio dei Caraibi. Oltre agli stand culinari “ufficiali”, proprio davanti alle singole abitazioni, vengono aperte una miriade di piccole cucine da campo di privati, che cucinano per se e per i turisti i piatti tipici della loro estrazione culturale. E’ qui che si può gustare la vera cucina tradizionale; non solo è tutto buonissimo (perché, penso io, è cucinato con vero amore) ma l’atmosfera è accogliente e rilassata e ti ritrovi a fare quattro chiacchere con sconosciuti come se fosse la cosa più naturale del mondo, parlando in allegria della loro storia e delle loro vita tra una porzione di capra al curry ed un bicchiere di buon punch a base di rum jamaicano.

Il giorno successivo, il lunedì, l’atmosfera si fa incandescente. Fin dal primo mattino si nota una certa differenza. I camion con i mega-amplificatori sono gli stessi, ma finalmente inizia il vero spettacolo, che consiste esteticamente in una versione in miniatura (ma per modo di dire) del carnevale di Rio e che si ispira probabilmente (almeno da quel che ho potuto vedere) al culto di Maria Lionza, un tipo di santeria tipica dei paesi Caraibici dove elementi della religione cristiana si mischiano alle tradizioni pagane del vudu africano e alle credenze indigene precolombiane. Enormi costumi coloratissimi dalle fogge più inusuali, trucchi e acconciature appariscenti ed una incredibile resistenza alla fatica da parte di questi artisti che ballano ininterrottamente per tutto il pomeriggio trascinandosi appresso decine e decine di chili di abiti sostenuti da scomodissime impalcature metalliche.

Il corteo non è transennato in nessun modo, perciò chi guarda può liberamente unirsi ai danzatori, i quali cono contentissimi e ti trascinano letteralmente con loro per un pezzo di strada. Mi ha fatto venire in mente certi spettacoli off-broadway, quando gli attori in scena interreagiscono col pubblico. All’inizio la cosa è un po’ imbarazzante, poi ci fai l’abitudine e giù! Via tutti a ballare insieme! Ma mentre tu sembri un orso ammaestrato, loro, i veri danzatori, oh, loro sono sublimi! Come ballano! Sono una gioia per gli occhi le loro movenze nella “banda”, il ballo erotico tipico della Festa dei Defunti vudu, con un gran movimento di posteriore che però, in questo contesto, tutto sembra fuorché osceno. Persino i poveri poliziotti, bersagli predestinati delle bellissime ragazze creole seminude, sorridono e accennano quanche passo di danza mentre queste impertinenti messaline si divertono a tormentarli strusciandosi loro addosso e dimenando forsennatamente il fondoschiena in un gesto che è più di sfida che di lasciva istigazione. E’la rivalsa simbolica delle minoranze etniche sulle forze dell’ordine, un tempo detentori del peggior potere repressivo e razzista, oggi vittime di scherno e giocoso sberleffo. E loro, gli agenti, nei loro rigidi giubbotti antiproiettile, accettano la provocazione con plateale divertimento. Che bello se fosse carnevale tutto l’anno…

Qualche parola va anche spesa per commentare i costumi; è doveroso perché non solo sono belli, ma sono sopratutto interessanti da un punto di vista comunicativo. Ogni anno, infatti, attraverso il carnevale, si celebra il ricordo storico della schiavitù e la conseguente liberazione di tutti gli uomini e le donne di colore. Quest’anno la ricorrenza è stata artisticamente realizzata attraverso un simbolismo dualistico, gli spiriti della natura come lo spirito umano, con costumi verdi di foglie e piume (a ricordare la foresta) azzurri e bianchi (acqua e aria) e rossi arancio e giallo (il fuoco). Le catene indossate dagli artisti stanno a ricordarci la stupidità dell’uomo (come si può anche solo pensare di rendere schiava l’anima?) e in una parte successiva del corteo è stata rappresentata l’epoca storica del periodo schiavista, con donne e uomini in abiti stereotipati da raccoglitori di cotone, nobildonne in crinoline e maggiordomi in livrea settecentesca. Intorno a loro gli spiriti della natura, indifferenti alle catene che li imprigionano, danzano e cantano, inarrestabili, incontenibili. Questo esibire le catene in forma di gioco non deve venire frainteso. Non si tratta di cambiare il ricordo del passato quanto invece, di continuare a ricordare (fino alla fine dei giorni) ma non per spirito di rivendicazione bensì per imparare dagli errori e costruire un futuro migliore. Un messaggio di pace e speranza incredibilmente potente.


La festa procede così fino a notte fonda quando, invariabilmente, qualche deficente ubriaco, trascinandosi appresso una piccola folla di imbecilli, decide di auto-incoronarsi depositario della coscienza collettiva, riportando tutti, volenti o nolenti, alla squallida realtà. Si comincia con lo scagliare bottiglie e sassi contro i poliziotti e si finisce ammanettati o messi in fuga dalle forze dell’ordine che a quest’ora (e davanti a certi atteggiamenti) non hanno più tanta voglia di scherzare. Da lì alla fine della festa il passo e breve. In appena cinque minuti la polizia (efficentissima) fa da cordone intorno ai violenti, poi allontana la folla pacifica liberando le strade; e dieci minuti dopo è tutto finito. Nel peggiore dei modi, aggiungerei io.
Il mattino dopo scopro che due ragazzi sono in ospedale per ferite da arma da fuoco, insieme ad una decina di vittime da accoltellamento. Il mondo non cambierò mai: peccato, per un attimo ci avevo creduto, era stata una così bella giornata…


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Scrivo proprio due righe per comunicarvi che domani qui a Notting Hill inizia il Carnevale. Ma come, d’agosto? direte voi. Sì, è una lunga storia, vi spiegherò tutto nel dettaglio appena la baraonda sarà passato. La cosa surreale è che questa parte di Londra si sta letteralmente seppellendo dietro le barricate come se fosse in arrivo una vera e propria guerriglia armata! Le contromisure preventive non sfigurerebbero in vista di una qualche catastrofe meteorologica, ma una di quelle serie, che ne so un tifone, un uragano o il G8, al punto che io dico, se è destino che una qualche calamità naturale -o meno- si abbatta sulla nostra Albione, allora meglio che succeda fra domani e dopodomani perché noi qui siamo pronti a resistere ad oltranza dietro le nostre belle palizzate di legno! Intanto oggi sono andata a fare un po’ di spesa ed i negozi erano già stati depredati dai miei concittadini che, come me suppongo, si barricheranno in casa in attesa che il delirio passi. Vedere gli scaffali vuoti mi ha fatto una certa impressione, sembrava di essere sul set di un film sulla fine del mondo tipo “the day after” o “I sopravvissuti” (ma, devo ammetterlo, io ho pensato subito a”Zombie”!) :D



In pratica si tratta di fotografare finestre. Ora voi riderete, ma dovete sapere che qui un sacco di gente adorna le finestre in modo veramente particolare e lo fa fondamentalmente per dichiarare all’esterno la propria identità; infatti le docorazioni non sono tanto finalizzate ad abbellire la stanza ma sono proprio posizionate verso l’esterno. Trovo che questo tipo di comunicazione sia incredibilmente interessante. Camminando per strada puoi vedere di tutto alle finestre, dai poster pacifisti ai messaggi ambientalisti, dalle bandiere patriottiche agli arazzi indiani e giamaicani. Ci sono un po’ d’ovunque fatine di ferro battuto che fanno capolino dai vasi da fiore e nanetti, funghetti, coniglietti, tutto ciò che finisce in etti insomma, e girandole colorate e specchi e cristalli che scintillano mossi dalla brezza. E poi ci sono i veri e propri oggetti d’uso comune della casa che per mancanza di spazio finiscono in bella mostra sui davanzali, pile di panni ammonticchiati e abiti attaccati alle grucce, libri, giornali, riviste, quaderni, e penne e pennelli, e pupazzetti, statuine e altre cose misteriose di cui al passante non è dato sapere il significato. Tutto questo è mostrato senza timidezza anzi, talvolta è volontariamente esposto ed è una cosa che ti permette di fare dei viaggi stupefacenti con l’immaginazione se appena appena hai l’occhio attento e la mente vivace. Un’esperienza emozionale così potente da farti dimenticare del sonno e della stanchezza e anche dell’incredibile giornataccia che hai appena passato. Ogni tanto mi dico che tutto succede per una ragione, anche (o forse sopratutto) le cose negative. Di certo se ieri non fosse stata la schifezza di giornata che è stata probabilmente non sarei uscita a far foto. Per me la fotografia è un meccanismo estraniante, fuggo in un certo senso dai problemi ma non scappo via, anzi, gli corro dritto incontro, e istintivamente affronto il mondo filtrandolo attraverso l’obbiettivo; in quel momento, dietro alla macchina fotografica, io ho il controllo totale del mio universo, ed in una realtà fatta d’incertezze, cosa che è per sua natura appunto la vita, questa non è certo un potere da poco…


