Ecco perché i vampiri sono sempre incazzati!

Qualche giorno fa sono adata a visitare un bellissimo cimitero ottocentesco che si trova a venti minuti a piedi da casa… Aveva piovuto per tutta la notte e la mattina, perciò stavo considerando l’idea di lasciar perdere, poi verso le due di pomeriggio è uscito un bellissimo sole e Londra è splendida quando ha piovuto e c’é il sole, perché è tutta lucida e pulita. Sicché sono andata a vedere se riuscivo a fare qualche foto interessante… Il problema è che io non sono del tutto abituata a questo strano clima, non ragiono ancora come una Londinese, sicché senza rifletterci su più di tanto, ho preso il mio zaino e sono partita.
Il cimitero di Kensal Green è davvero un posto particolare. Le tombe più antiche risalgono alla prima metà dell’ottocento ma il cimitero ha continuato a “lavorare” per tutti questi anni, perciò ci sono seppellite persone (e alcune personalità) di qualsiasi epoca ed estrazione sociale, e camminare leggendo gli epitaffi è come leggere due secoli di storia di questa parte di Londra. I cimiteri Inglesi, si sa, sono molto diversi dei nostri ma non ne avevo mai visto uno, e devo dire che è un’esperienza davvero strana per chi come me è abituato all’austero aspetto dei comuni camposanti. Qui i cimiteri sono veri e propri giardini (la superficie del Kensal Green copre oltre 29 ettari) e la tipologia geografica della zona rende molto affascinante i paesaggio. La parte ovest di Londra è infatti la più collinare (anche se non ci si pensa mai, la famosa zona di Notting Hill è effettivamente una grande e ripida collina e quella “hill” è tutt’altro che un semplice abbellimento al nome) e il cimitero ha vallette e collinette, con prati verdi anche d’inverno e alberi secolari e roseti e cespugli di qualsiasi essenza immaginabile. A primavera deve essere un vero spettacolo, non mi sorprende che i Londinesi vadano lì a fare i pic-nic durante i fine settimana. La struttura architettonica, se così si può definire il “design” delle tombe e delle cripte, è molto varia ma si notano sopratutto strutture in stile Vittoriano e Gotico. Tutto questo fa sì che se visitato in una giornata di tempo molto variabile, dove dal sole si passa alla tempesta nel giro di mezz’ora, il luogo assume un’atmosfera assolutamente unica. Se poi aggiungiamo un vento gelato che spazza le colline e stormi di corvi imperiali che si spostano da una lapide all’altra, ecco che ci ritroviamo un una scena degna di Bram Stoker o Edgar Allan Poe.
Ora immaginate questo panorama e coprilo con un mezzo metro abbondante di fango! Perché, come dicevo, ancora non ragiono come una Londinese e non ho considerato le eventuali conseguenze di una pioggia prolungata, sopratutto in un luogo dove, per sua natura, la terra abbonda -quale, manco a dirlo, un cimitero-. Perciò eccomi vagare fra le tombe scattando foto, e all’inizio, siccome sono una personcina educata e rispettosa (dopotutto là sotto c’é gente seppellita) mi sono guardata bene dal calpestare le tombe vere e proprie, cercando di passare di lato anche se nella parte più antica, capire dove finisce una tomba e inizia un’altra è un’impresa un po’ difficile perché negli anni la terra delle colline è scivolata verso il basso trascinandosi dietro lapidi, croci e, suppongo, pure i cadaveri. Comunque faccio del mio meglio evitando di calpestare le salme, finché ad un certo punto mi ritrovo con una gamba sprofondata nel fango fino al ginocchio! Oh, perfetto, e adesso? Lì incollata, mi appendo ad una croce di pietra tutta sbilenca e riesco a tirarmi fuori dalla palude… Ma ovviamente la scarpa resta nel fango, e, appoggiata la mia preziosa reflex su una lapide all’asciutto, mi tocca mettermi a ginocchioni per cercare di ripescare la scarpa perduta. Alla fine ce la faccio, ma basta appena qualche passo per ritrovarmi con l’altro piede sprofondato nella melma. A questo punto ho deciso di lasciare perdere le buone maniere ed ho cominciato a saltellare come una ranocchia di tomba in tomba, una scena esilarante, sopratutto quando mi sono ritrovata d’avanti dei becchini che, poverini, stavano scavando una fossa fresca ed erano coperti da fango fino alle orecchie. Ci siamo guardati tutti e tre, loro da dentro la fossa con le giacche gialle fluorescenti ormai praticamente marroni, io in bilico su uno spigolo di una tomba con mezzo quintale di fango attaccato alle gambe e ci siamo messi a ridere come dei deficienti. Ovviamente la giornata ha avuto una conclusione degna delle migliori comiche di Stallio ed Ollio: fradicia e congelata, cerco di guadagnare l’uscita tagliando attraverso i prati della parte più nuova del cimitero, e sto’ così attenta a non impantanarmi per l’ennesima volta che non vedo un microscopico angolino di una tomba di marmo lucido seppellita dal fango. Ovviamente ci metto il piede sopra e scivolo a volo d’angelo fracassandomi per metà nella melma e con la faccia nel bel mezzo di un cuscino floreale appena deposto sulla tomba. Resto lì per un secondo preoccupandomi di due cose fondamentali, nell’ordine “la macchina fotografica è a posto? Sì, bene” e “Mi sono rotta qualche cosa io? No, bene”, dopo di ché mi rialzo come una molla guardandomi intorno nella speranza che nessuno abbia visto quella scena patetica e con ostentata indifferenza e stoica regalità, varco finalmente il cancello del cimitero per rientrare nel mondo dei vivi.
La scena finale vede la sottoscritta tornare a casa camminando per Ladbroke Grove coperta di fango come se fosse un vampiro appena uscito dalla sua bara. E siccome i Londinesi sono persone davvero spiritose, invece di guardarmi storto o disgustati dal mio stato come farebbe la gente in un qualsiasi paese del mondo, accompagnano la mia sfilata per la strada principale facendo l’unica cosa che il loro raffinato senso dell’umorismo (mai come in questa occasione assolutamente impagabile) gli suggerisce, ovvero ridendo a crepapelle!
Perciò ricordate sempre questa regola di vita: mai camminare in un cimitero dopo che ha piovuto tutto il giorno, o se proprio non potete farne a meno, procuratevi degli stivali da pescatore alti fino alla coscia o una muta da sub (le pinne sono opzionali).

Baci fangosi a tutti :)
Paz

PS: Casomai ve lo chiedeste, alla fine le foto non sono venute malaccio (per vederle fate clik qui); certo, il servizio fotografico passa del tutto in secondo piano se paragonato alla mia indimenticabile performance… Ma chi dice che i cimiteri sono un luogo triste? Mai riso tanto in vita mia! :D

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It’s raining fish and frogs!

Come ho già avuto modo di scrivere più d’una volta, a Londra il tempo è… Come definirlo senza ripetermi… Diciamo che qualsiasi sia le situazione metereologica e sempre molto intensa! Qui non piove e basta… Quando piove sul serio, diluvia e quando diluvia è letteralmente impossibile restare asciutti, non importa come sei vestito o che tipo di ombrello iper-tecnologico possiedi… Parlando di ombrelli: quelli che mi conoscono sanno che io detesto gli ombrelli, non saprei spiegare il perché. Adorando con tutta me stessa la pioggia, ho sempre trovato preferibile una giacca a vento o un parka al classico e un po’ datato ombrello. Ma, come spesso accade, la vita ci porta a fare dei compromessi e dopo dieci volte che mi sono ritrovata bagnata fradicia dopo un’acquazzone improvviso, alla fine ho deciso di accettare la mia nuova natura di londinese acquisita e sono andata a comprarmi un ombrello. Pensate che sia una cosa semplice comprare un ombrello? Beh, pensateci di nuovo! Sono convinta che la Gran Bretagna sia il paese più tecnologicamente avanzato per quanto riguarda lo studio della fisica applicata agli ombrelli. Entrare in un negozio e pensare di cavarsela chiedendo “vorrei un ombrello perfavore” è una pia illusione: subito vi verrà chiesto dalla cortese commessa di turno “Quale tipo di ombrello desidera?”. Perché sì, di tipi di ombrelli nel Regno Unito ne esistono molti! Lo preferiamo piccolo e pieghevole da stare nella borsetta o di misura media più adatto ad una 24 ore o ad uno zainetto? Oppure ne vogliamo uno lungo, elegante che è un evergreen fa molto British? E ci ispira più un ombrello col manico classico o con un pomello semplice oppure uno con una cinghietta per legarlo al polso? Con le stecche di bambù, di legno o di alluminio ultra-flessibile? Con la punta in acrilico, legno o metallo? Ad apertura manuale o automatica? Sembra ridicolo, eppure c’é una ragione per tutte queste differenze; se la pioggia è leggera, te la puoi cavare con un ombrello classico, che è molto sobrio anche se un pochino ingombrante. Quando è chiuso lo puoi utilizzare come bastone da passeggio, che è una cosa molto posh (da elegantoni) e quando è aperto ti ripara egregiamente dall’umidità che si trasforma a contatto con la pelle in una specie di pulviscolo acquoso, quella pioggerellina gentile che è così tipica dell’Inghilterra. Ma se si alza il vento sono guai, perché gli ombrelli tradizionali, sopratutto quelli più ingombranti, vengono risucchiati dal vortice degli elementi e cominci a lottare come un ossesso per cercare di non farti strappare di mano l’odiato strumento, con il rischio di venire trascinato via alla Mery Poppins in una scena esilarante degna dei migliori Monty Python d’annata. Se hai avuto la malaugurata idea di fare l’elegantone ed hai scelto un ombrello rigido, in trenta secondi netti ti ritrovi con tutte le stecche rotte e bagnato come un pastore bergamasco che ha guadato un fiume in piena. Gli ombrelli piccoli con stecche in alluminio sono invece più leggere e flessibile, seppur meno eleganti, e reggono bene nelle tempeste… Ovviamente se sei a Londra devi fare i conti con l’imprevedibilità del vento, che cambia direzione continuamente e finisce per frullare te ed il tuo ombrello e, se stai camminando nella folla, anche una decina di malcapitati Londinesi. Ecco spiegata la ragione per cui indossare un buon cappello qui è una scelta obbligata, ombrello o no: non vi eviterà probabilmente dal bagnarvi come dei cormorani ubriachi, ma salverete almeno la messa in piega… E l’orgoglio.
Ah, e fra parentesi: per esperienza posso dire che la pioggia inglese sfida persino la forza di gravità… In certe giornate ventose piove pure dal basso in alto…

Nell’immagine: uno dei molti ”Ratti Londinesi”, una serie di graffiti di Banksly, artista diventato famoso per aver dipinto la copertina di ”Think Tank” (in basso) l’album dei Blur.
Altre immagini e informazioni qui: www.artofthestate.co.uk/Banksy/banksy.htm

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Welcome to the Big Smoke!

Portobello è uno di quei luoghi speciali che ti trafiggono il cuore non appena li vedi e restano lì, annidati al calduccio come un uccelino in un nido di piume, per sempre. Non si tratta solo dei colori, della gente, della placida atmosfera che rende questa strada un posto fuori dal tempo… C’è proprio qualcosa, nell’aria, che sembra scivolarti dentro mentre respiri e che ti allarga il cuore.

Saranno i profumi che cambiano ad ogni angolo di strada e che disegnano una cartina topografica da leggersi col naso e con la mente invece che con gli occhi (l’odore pungente delle spezie dei ristoranti Creoli e Thai, l’aroma soffuso degli incensi delle bancarelle rasta, la fragranza dell’amido e del sapone delle lavanderie, ovviamente cinesi) sarà perché dopo appena qualche giorno la gente ti riconosce, ti sorride e ti da’ il buongiorno come se facessi parte da sempre della comunità, sarà forse per questo bizzarro clima così tipicamente inglese (un minuto piove a dirotto, il minuto dopo c’é un sole che spacca le pietre, il minuto dopo ancora piove mentre c’é il sole…) che ti fa sentire chiuso in una bolla temporale che galleggia attraverso lo spazio come un Tardis impazzito…

Non so spiegarlo in verità, ed è possibile che tutte queste sensazioni siano assolutamente soggettive e che ad un altra persona che si trovasse a passare di qui forse Portobello sembrerebbe solo una strada come tante altre, ma dubito che tale giudizio resterebbe inalterato dopo un pomeriggio speso a passeggiare sotto le antiche insegne, gli stucchi dorati, le cascate di rampicanti in fiore, i lampioni in stile vittoriano…

Londra è una città che definire affascinante è veramente dir poco. Moderna e antica allo stesso tempo, si erge in tutta la sua regalità come una aristocratica torre d’avorio. Ogni cosa qui è intensa, amplificata: quello che da noi sarebbe un normale temporale, a Londra può trasformarsi in tempesta nel giro di un minuto; il vento qui non è semplice vento, ma un turbine irrefrenabile che ti strappa di mano l’ombrello e che trascina via i tetti delle case (non sto scherzando, è successo veramente!); le nuvole sono enormi e soffici e di mille forme e colori diversi, e corrono per il cielo senza mai fermarsi; sulle nostre città Italiane volteggiano i piccioni, qualche volta i gabbiani se siamo fortunati e ci troviamo vicino al mare: qui alzi lo sguardo e ti incanti a guardare stormi di oche che veleggiano dolcemente verso i giardini di Kensington… Tutto è inconsueto, stupefacente, anche gli avvenimenti più ordinari… La nebbia, ad esempio; certe mattine ti svegli e scendi in strada, e ti trovi immerso in un candido mantello di madreperla che avvolge ogni cosa. Londra con la nebbia è di una bellezza che non si può descrivere!

Qui a Notting Hill ci sono certe stradine piccole e strette, che vengono chiamati Mews. I Mews erano, in epoca Vittoriana, la parte retrostante le grandi case dei nobili dove venivano tenuti i cavalli e le carrozze e tutte quelle cose che servivano per la casa (legna, carbone, il ghiaccio per conservare il cibo ecc). Oggi i Mews sono dei veri e propri gioielli: le stalle e le minuscole officine dei maniscalchi di un tempo si sono trasformate in piccole, splendide casine (costosissime), le stradine lastricate e vecchi lampioni sono stati restaurati (alcuni ancora vengono alimentati a gas!) e questi vicoli mantengono, più di qualsiasi altro luogo di Londra, l’atmosfera inalterata di inizio secolo. Beh, se vi ritrovate a passeggiare in questi Mews con la nebbia, vi sembrerà di tornare indietro ai tempi di Jack lo Squartatore, ed è una sensazione un po’ spettrale in verità, ma incredibilmente affascinante.

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What’s on the telly?

Una delle cose che ho dovuto fare appena arrivata qui è stato guardare la tv. Sì, dovuto, perché personalmente detesto l’odiato elettrodomestico e nell’ultimo anno ho riscoperto il piacere di ascoltare musica o la radio, che è così gentile, così poco intrusiva. Ma, ahimè, per riprendere confidenza con la lingua effettivamente la tv come strumento è utilissimo perciò per due mesi mi sono fatta una full-immersion in questo strano oceano che è la British telly. Non voglio dilungarmi, ma qui i canali pubblici sono veramente interessanti. Con il fatto che Sky ormai ce l’hanno praticamente tutti, i programmi tipici della televisione commerciale hanno lasciato i canali gratuiti per trasferirsi in pianta stabile sul satellite. La BBC ha ridisegnato negli ultimi cinque anni i propri palinsesti puntando sull’informazione ed il risultato è una tv assolutamente godibile e di alta qualità. Ma non è cultura che voglio parlarvi, o almeno non di cultura nel senso tradizionale del termine.
Per chi come me viene da un paese dove la televisione è ancora concepita quasi esclusivamente come un contenitore di pubblicità, la prima cosa che salta all’occhio seguendo la tv inglese è.. beh ironicamente è proprio la pubblicità! Che è generalmente molto diversa dalla nostra, essendo ovviamente indirizzata ad un pubblico molto diverso da quello Italiano. Alcune pubblicità sono talmente interessanti che valgono veramente la pena di essere guardate.Tipo questa, trasmessa in occasione dell’uscita del gioco
“Gears of War” per la nuova XBoX.

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Isolamento culturale

Tre mesi senza internet, per me, è stata una vera tortura ma da un certo punto di vista è stato molto istruttivo… e costruttivo; un “ritorno alle origini” possiamo dire. Uscire di casa per comprare il giornale era una cosa che non facevo da anni ed ha i suoi lati positivi, sopratutto quando passeggi alle nove di mattina per Portobello Road con il tuo Independent sotto braccio, la prima sigaretta della giornata in bocca e ti siedi al pallido sole autunnale per fare colazione e leggere le ultime notizie mentre la gente intorno a te chiacchera degli avvenimenti come si farebbe in famiglia. Una piacevole esperienza. Inoltre la frustrazione per il forzato isolamento culturale ha fatto sì che mi dedicassi alla fotografia con la disperazione tipica di chi ha la sensazione di essere nel posto giusto nel momento giusto ma senza gli strumenti necessari per pianificare una linea di azione efficace. E siccome non c’era proprio niente da fare tranne che aspettare che ci collegassero la linea, ho realizzato un paio di lavori a mio avviso interessanti. Per vederli fate un salto sul mio sito www.walkongrass.com e date un’occhiata al capitolo dedicato alla fotografia (nota del 2008: le foto a cui mi riferisco in questo post le trovate oggi sotto “Personal projects/Photographs”). Li troverete strani, forse un po’ folli… Tenete presente che il mio stato mentale, da quando sono arrivata qui, è se possibile ancora meno lucido di quando sono partita! Londra fa uno strano effetto agli animi creativi, così diceva Sally l’altra sera, ed è vero: non so se sia per questo clima pazzo che ti frulla il cervello, o se per il caleidoscopio di colori-odori-suoni che ti circonda ogni volta che esci di casa e ti avvolge come una matassa iper-sensoriale dove ogni filo sembra penetrarti sotto la pelle e andare a collegarsi in un centro nervoso che fino a quel momento neppure sapevi di possedere; o sarà forse per questa splendida birra che addolcisce ogni cosa, immergendoti in uno stato di perenne, glassata euforia che nessuna droga del mondo riuscirebbe mai a darti… Fatto stà che vivere qui è come camminare su un tappeto elastico, magari con i piedi ben fermi ma con il cuore e il cervello che ti rimbalzano dappertutto senza mai fermarsi!

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