Milano, 18 maggio 1995

Compagni,

come voi tutti sapete, la sede di Vigentina è da sempre il simbolo dell’iniziativa radicale di Milano. [...]

[...]

Cominciai a darmi da fare, tavoli, manifestazioni, digiuni di dialogo; cominciai a parlare con i compagni, a lavorare con loro, e più approfondivo la conoscenza, più mi ponevo domande a cui non sapevo trovare risposta:
Perché in Vigentina era così difficile vedere nuova militanza ?
Come mai nelle riunioni, nelle iniziative, incontravo sempre le stesse facce?
E come mai nessuno si poneva questa domanda?

Proseguendo la collaborazione, altri interrogativi si aggiungevano ai primi: se Milano era, per posizione e popolazione radicale, il punto di riferimento della Lombardia, perché l’azione politica non era coordinata con efficienza? Perché Roma dimostrava un risentimento riguardo alla militanza milanese? Perché subivamo un pignoramento [da parte del Commissario Sergio D'Elia, ndr] dopo una gestione di tesoreria che, per quanto discutibile, si era però svolta di fronte a una collettività che avrebbe potuto e dovuto controllare il responsabile, da loro eletto, al fine di limitare il più possibile il danno?

In quel periodo, lo riconosco, peccavo di ingenuità. Credevo nei compagni e confidavo negli ideali di cui tanto parlavano.

Oggi, purtroppo, la mia ingenuità è scomparsa. Dico purtroppo, perché insieme alla consapevolezza ho conosciuto la frustrazione e la rassegnazione, sensazioni che chi l’ha provate anche una sola volta, non può dimenticare.

Compagni, sono qui oggi per salutarvi e desidero farlo con questo documento, forse un po’ troppo formale che però è per me l’unico modo per restituire alla mia persona la dignità che le è dovuta.

Molti di voi mi conosceranno solo di vista, e non voglio annoiarvi con i dettagli della mia militanza. E’ necessario però descrivere, almeno in parte, quello che in questa sede ho cercato di fare e i problemi che questo mio tentativo ha causato a me e ad altri compagni che mi sono stati vicini.

Durante il “pre-Congresso Interregionale del Nord”, sono stata bersaglio di facili ironie da parte di alcuni appartenenti all’associazione. Tutto quello che mi competeva, allora, era svolgere la funzione di assistente di Sergio D’Elia, venuto da Roma per organizzare la manifestazione.

Fatto sta che dopo una settimana, a Roma, circolavano voci che mi qualificavano come l’amante ufficiale di D’Elia. Certo, non posso provare che queste voci fossero state inventate da qualcuno in questa sede, ma il fatto è che tali voci circolavano.

Poi c’è stato il “primo Congresso del Movimento dei Club Pannella” nella Capitale. Sergio Rovasio era rimasto entusiasta del risultato del pre-congresso e mi aveva chiesto di aiutarli alla segreteria di presidenza. Non era un compito di enorme spicco, ve lo assicuro, ero poco più di una segretaria. Ma alcuni compagni presenti al Congresso, quando mi incontravano, facevano finta di non vedermi.

I rapporti sono andati sempre più deteriorandosi. La cosa curiosa, è che più lavoravo, assumendomi responsabilità di maggior rilievo come l’organizzazione delle conferenze stampa di Marco Pannella a Milano, più alcune persone mi dimostravano astio e risentimento.

Il tutto è sfociato in un vero e proprio attacco durante e dopo il passato periodo elettorale, attacco che se fosse stato frontale mi avrebbe almeno dato modo di spiegare il mio personale punto di vista.

Invece, durante una riunione di alcuni iscritti all’Associazione, a mia insaputa perché non invitata, alcune persone si sono sbizzarrite in commenti infamanti sul mio conto. [...] e altri, mi hanno accusata di aver gestito a mio comodo la sede, di aver allontanato con il mio comportamento i nuovi militanti, di essermi appropriata di spazi che non mi competevano.

Il tutto, e potete immaginare la sgradevole sensazione, senza che io fossi presente e senza avere il coraggio -sì, perché a questo punto di coraggio si tratta sapendo di dire delle falsità- di ripetere tali accuse il lunedì successivo, in mia presenza.

A questi personaggi, che non posso certo chiamare compagni, visto l’arroganza e i metodi decisamente non radicali da loro utilizzati, io domando se il mio lavorare dalle nove del mattino alle dieci di sera in sede, per aiutare Lorenzo Strik Lievers e Benedetto della Vedova durante la campagna elettorale può venire frainteso come un utilizzo personale di Vigentina. Io non credo. Io credo che bisogna essere del tutto in malafede per distorcere cosi la realtà dei fatti.

Io credo che bisogna disprezzare veramente tanto una persona per accusarla di essersi appropriata di spazi che non le competevano, quando erano proprio loro, per impegni di lavoro o personali, a lasciare deserta la sede fino a sera. La verità è che qualcuno doveva lavorare, e loro non c’erano. E allora, domando, perché attaccare chi lavorava senza fargli pesare la loro mancata militanza?

A questo punto ho la certezza che il loro astio è causato da motivi personali che, e questo non posso negarlo, ci hanno visto su due fronti opposti in passato.

Ma la vita personale e la vita politica sono cose ben distinte che devono restare separate. Io questo ho fatto, lavorando qui, e veramente non riesco a capire perché loro non siano stati capaci di fare altrettanto.

Comunque, mio malgrado, queste persone hanno creato un problema che mi ha tolto tutto l’entusiasmo che mi ha sostenuto in questi ultimi mesi. Se è questo che loro volevano, bene, sono accontentati.

Ci sono però alcuni compagni che mi hanno aiutata e che mi chiedono di rimanere: vorrei; vorrei veramente poterlo fare e, vi assicuro, più per voi che per me. Ma mettetevi nei miei panni. Come posso ostinarmi a restare dove mi è stato detto a chiare lettere che il mio impegno non è necessario e che, anzi, non è neppure tollerato?

Come posso lavorare fra queste mura sapendo che per quanto io mi sforzi di rasentare la perfezione, ci sarà sempre qualcuno che demolirà tutto quello che ho costruito, silurandomi con accuse sotterranee e non volendo riconoscere ne’ ora ne’ mai, se non i meriti, almeno l’impegno sincero con cui ho cercato di porre rimedio alla mediocrità organizzativa che ha minato molte delle iniziative dell’Associazione?

A questi compagni chiedo di capire. Io non sono un animale politico. Sono una militante e se mi viene impedito di militare, la mia presenza risulta vana.

Desidero però ringraziarvi; voi che mi siete stati vicini e sopratutto voi che, incuranti delle voci tendenziose sul mio conto, avete avuto il coraggio di avvicinarvi a me per stabilire dove stesse la verità e dove la menzogna.

A voi vanno le mie più sentite scuse per non essere stata abbastanza forte e abbastanza determinata da portare a termine quello che avevo, quasi per caso, incominciato.

E a voi va il mio augurio, perché insieme, forti delle esperienze e del vostro credo profondamente radicale, riusciate la dove io ho fallito, e possiate creare nuove collaborazioni e combattere nuove battaglie forti dei vostri, irrinunciabili principi di innocenza, di passione e di onestà.

Patrizia Spinelli

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