Radio Days (parte III)

Del mio grande piacere/interesse riguardo lo studio delle trasmissioni radiofoniche vi ho già parlato, ma non vi ho raccontato come il tutto è iniziato.

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Intorno agli anni ‘70, per chi aveva una radio ad onde medie piuttosto potente, era possibile ascoltare radio nazionali da oltre confine. Mio padre, che era un capitano di lungo corso, aveva ereditato dai suoi lunghi viaggi una splendida radio capace di sintonizzarsi a grandi distanze e l’aveva passata a me (veramente me ne ero appropriata ma comunque…). Con altri amici dotati anche loro di apparecchi radio più sofisticati di quelli comunemente reperibili in commercio, cominciammo a dedicarci ad una specie di “caccia all’emittente”; in pratica ci sfidavamo a trovare radio difficili da ascoltare sopratutto per distanza geografica ma anche -ed erano ovviamente le più ambite- per blocchi alterni di regime che tentavano di oscurarle.

Oltre alle emittenti vere e proprie, generalmente udibili sulle onde medie, c’erano poi tutta una serie di misteriosi segnali che l’apparecchio poteva captare sulle onde corte, come le conversazioni tra naviganti, i vari messaggi criptati e -qualcuno raccontava – pezzi disarticolati di comunicazioni radio di astronauti Russi che per strani giochi di rifrazioni del segnale a causa delle perturbazioni della ionosfera, potevano venire intercettati casualmente.
Oltre al divertimento di ascoltare questi segnali strani, e non dimenticherò mai il senso di devastante solitudine che provavo quando, lavorando di manopola con millimetrica precisione, incappavo in un segnale morse (ancora oggi, se ci penso, mi prende l’angoscia perché è il suono più triste e solitario che abbia mai ascoltato), captare radio lontane, sopratutto se provenienti da emittenti oltre la cortina di ferro, era un’attività entusiasmante.

C’erano poi le radio pirata. Al contrario di quello che si può pensare, le radio pirata non erano le allora neonate radio libere bensì vere e proprie emittenti d’assalto (arrembaggio sarebbe probabilmente il termine più adatto) che trasmettevano in barba a qualsiasi divieto e a qualsiasi legge. Data la natura totalmente illecita delle trasmissioni, queste emittenti erano site fisicamente in località segrete, talvolta rintanate in scantinati nel bel mezzo delle metropoli oppure isolate in luoghi lontani da qualsiasi centro abitato. Una delle più leggendarie radio pirata esistite è senza dubbio Radio Caroline, un’emittente illegale che trasmetteva dalle acque internazionali intorno alla Gran Bretagna. Sì, avete letto bene, dalle acque internazionali: Radio Caroline (e la sua antenna alta ben 90 metri) era infatti installata su una nave!

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In verità, Radio Caroline non era un’unica radio ed un unica nave. La realtà, come spesso accade, supera di gran lunga l’immaginazione. La prima Caroline era un traghetto di fabbricazione danese ancorato al largo delle coste dell’Essex, la regione a nord-est di Londra, al confine con le acque territoriali britanniche. Poco tempo dopo l’inizio delle trasmissioni nel 1964, una seconda emittente, Radio Atlanta, cominciò a trasmettere dal Mi Amigo, un altro vascello ormeggiato anch’esso in acque internazionali; dopo alcuni mesi i due equipaggi si unirono a formare un’unica società. La Caroline allora si spostò al largo dell’Isola di Man sotto la denominazione di Radio Caroline North mentre la Mi Amigo restò presso il Sussex trasmettendo come Radio Caroline South.

Nel 1966 l’Inghilterra varò una legge speciale atta ad annullare i profitti delle due specifiche emittenti. Questo provvedimento ebbe conseguenze devastanti sull’operato di Radio Carolina e a poco servirono le sovvenzioni di privati al fine di mantenere in vita la società. Dopo un periodo di grave instabilità finanziaria, nel 1968 entrambe le navi furono requisite e trascinate a rimorchio fino alle coste Olandesi per pignorare tutto il pignorabile in pagamento delle molte bollette inevase. Poco tempo dopo Radio Caroline North venne smantellata e la nave fatta a pezzi.
Nei seguenti 7 anni, altre emittenti pirata gettarono l’ancora presso i confini delle acque territoriali britanniche continuando la tradizione di Radio Caroline, da cui ereditarono nome e stile di conduzione. La stessa nave Mi Amigo venne salvata all’ultimo momento dalla distruzione e riprese le trasmissioni per poi, purtroppo, naufragare nel 1980 durante una tempesta. Nel momento in cui scrivo, l’ultima Radio Caroline della serie sta trasmettendo (questa volta legalmente) attraverso il satellite Eurobird 1 sul 28°E e su Sky Digital al canale 0199 (oltre che sul web in streaming, potete ascoltarla QUI »).

Da questa straordinaria avventura è stato recentemente tratto un film, “The boat that rocked”, scritto e diretto da Richard Curtis, regista amatissimo negli UK (Quattro matrimoni e un funerale, Notting Hill, Il diario di Bridget Jones, The Vicar of Dibley, Mr. Bean e altri).

Ma torniamo agli anni ’70. A quei tempi, molte radio nazionali estere stavano ampliando le loro frequenze per riuscire a trasmettere a più paesi possibili. Si trattava generalmente di emittenti non di regime, ma qualche volta anche le radio “allineate“, sfruttando magari un momentaneo cambio di governo, riuscivano ad uscire dall’ombra, disperate per quella libera informazione che era stata loro lungamente negata.
Erano bei tempi (cioè brutti per alcuni ma belli per noi) perché le frequenze sulle onde medie erano molto meno regolarizzate da un punto di vista legislativo e non c’erano, di fatto, limitazioni riguardo chi potesse o non potesse trasmettere. Se Radio Sofia ad esempio, riusciva ad arrivare dalla Bulgaria fino da noi, poteva farlo purché non andasse a coprire il segnale delle radio nazionali (cosa che, vista la distanza, era comunque difficile). In quegli anni ormai le radio libere su FM erano già abbastanza diffuse ed era proprio sulla modulazione di frequenza che cominciavano a spostarsi gli interessi economici legati sopratutto alla pubblicità. Così, dato che sulle onde medie restavano solo le tre reti Rai, c’era un’ampia gamma di canali liberi dove le emittenti estere potevano indirizzare il segnale senza incorrere in “incidenti diplomatici”.

Ora: una cosa che le radio estere avevano necessità di capire era proprio fino a che paese riuscissero a trasmettere, e siccome non è che questi potessero avere inviati in tutto il mondo per riferire in patria della portata effettiva dei loro trasmettitori, le radio affidavano questo incarico proprio a noi ascoltatori.
Il mezzo di contatto tra noi e loro erano i così detti “Rapporti d’ascolto QSL”, dei questionari uguali per tutti dove, chi captava il segnale di una radio, poteva scrivere nel dettaglio il nome dell’emittente captata, la frequenza dove era stata ascoltata, la data, la qualità del segnale, il tipo di apparecchio utilizzato per la ricezione ed eventuali commenti sulla trasmissione. C’era sopratutto una voce, che era anche il motivo principale per cui tutti noi, come dei pazzi, passavamo ore impegnati in questa caccia al tesoro: la “richiesta di Cartoline QSL”.
Le cartoline QSL erano, come dice il nome, delle cartoline, nello specifico delle cartoline da collezione che le radio inviavano al contatto quando ricevevano il rapporto. Avrete già capito che alla fine, lo scopo di tutto quest’ammattimento (a parte naturalmente il gusto di beccare Radio Mosca o Radio Helsinki) era proprio la collezione delle cartoline d’ascolto.

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Alcune erano splendide, come quelle di Radio Mosca (di solito rosse, nere e oro con la scritta in cirillico e la grafica così tipicamente bolscevica) altre meno appariscenti ma magari provenienti da radio con trasmettitori più limitati e quindi più preziose. Questo gioco si scatenò intorno agli anni ‘70 ed i fortunati che le possiedono ancora (io ne ho salvate veramente poche) credo abbiano fra le mani un bel gruzzoletto.

Ma a parte il valore monetario, era il valore sentimentale che ci spingeva a passare le notti insonni alla ricerca di nuovi segnali. Cercate di tenere presente che internet in quell’epoca, era poco più che un’idea astratta e la possibilità di comunicare si limitava ai telefoni e, per chi poteva permetterselo, al così detto “baracchino”, cioè la radio-trasmittente fissa che però, in quegli anni, tra noi ragazzi, non era ancora diffusa perché molto costosa. Perciò la radio era a tutti gli effetti l’unico mezzo disgiunto dall’informazione di stato per poter capire cosa stesse succedendo nel mondo. Non c’è dunque da sorprendersi che questo utilizzo del mezzo fosse diffuso, se pur in maniera non globale, tra i giovani Italiani in quegli anni. Nel ‘62, ad esempio, la Russia e l’America erano giunti ai ferri corti dopo l’appoggio militare che l’Unione Sovietica aveva concesso a Cuba mentre l’America stava cercando di invaderla, perciò, dopo quella data, le poche e frammentarie notizie diramate in tv non potevano essere accertate se non tramite l’ascolto dei notiziari radio che, anche se di regime, davano comunque la possibilità di farsi un’idea approssimativa di quello che laggiù stesse succedendo.
Insomma, si faceva la stessa cosa che si fa oggi tramite qualche click del mouse, solo che noi ci si doveva arrangiare con i mezzi tecnici a nostra disposizione, un orecchio allenato, l’esperienza e tanta, tanta pazienza.

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Con l’inevitabile sviluppo di nuovi mezzi di trasmissione come il digitale e sopratutto i segnali satellitari, le onde medie si stanno lentamente spopolando. Questo apparentemente triste evento in realtà rappresenta un’ottima opportunità per chi vuole dedicarsi all’esplorazione in vecchio stile dell’etere poiché oggigiorno, proprio a causa della loro scarsa richiesta, è possibile acquistare ottime radio con possibilità di ascolto anche in onde lunghe e onde corte a prezzi contenutissimi.

Un’alternativa interessante, anche se piuttosto lontana dalla particolare emozione che solo una vera radio può dare, è la Black Box messa a disposizione (gratuitamente) dalla Rai. Si tratta di un ricevitore virtuale collegato però con un vero ricevitore Icom IC-718 sito in Saxa Rubra, che permette di esplorare manualmente l’etere frequenza per frequenza.

Per saperne di più:

Associazione Italiana Radioascolto
http://www.air-radio.it/

Foto album di Radio Caroline III (1983-1989)
http://www.eylard.nl/OffShoreRadio/Caroline/index.htm

Radio Caroline live streaming
http://radiocaroline.servemp3.com/

Sulle Cartoline QSL con una piccola collezione
http://it.wikipedia.org/wiki/Cartolina_QSL

Cartoline d’epoca QSL
http://www.schmarder.com/qsl/qsl-1.htm

Black Box Rai – ricevitore web con sintonizzatore manuale
http://www.radio.rai.it/webradio/

Pratica guida per il radioascolto
http://www.air-radio.it/guida.html

Le grandi orecchie della democrazia

Non solo di graziose trasmissioni radiofoniche è gremito l’etere. Ci sono anche quelle brutte, quelle che ti fanno drizzare i capelli dietro la nuca, quelle che, mentre le ascolti, ti si spalancano gli occhi e ti ritrovi a dire “non ci posso credere”: sono quelle vere, non nel senso dei reality show ma quelle vere vere, le intercettazioni telefoniche (e talvolta ambientali) dove si sentono effettivamente voci note che ben si inquadrano nella nostra memoria e che trovano un posto definito nella geometria di dati, fatti e situazioni dell’attualità del nostro Paese.

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Che sia giusto o meno rendere pubblici certi dialoghi, lascio a voi decidere. Io credo che la verità debba essere diffusa punto e basta, decida poi l’ascoltatore che idea farsi del tutto.

Vorrei ricordarvi a tal proposito, che domani si terrà a Roma (ore 21 presso l’Alpheus Multiclub in Via del Commercio 36) la Notte Bianca contro la Legge Bavaglio organizzata da Il Fatto Quotidiano, Chiarelettere e Voglio Scendere e presenziata da Travaglio, Padellaro, Gomez e molti altri. Se siete in zona andateci, è gratuito. La serata sarà trasmessa in streaming sul web a questo indirizzo:

AnteFatto live tv »

Giusto per puntualizzare cosa significherebbe per noi comuni mortali l’attuazione della legge Al Fano (la storpiatura del nome non è casuale) pubblico qui di seguito alcuni link dove sono raccolte una serie di intercettazioni telefoniche che credo meritino veramente un ascolto. Tenete bene a mente che se questa legge passerà, noi potremo leggere le trascrizioni dei dialoghi o ascoltare le registrazioni originali solo a distanza di anni (molti anni) quando gli eventuali processi si saranno conclusi (sempre che non vadano in prescrizione). Per non parlare del fatto che le intercettazioni in se saranno difficilissime da fare a causa di un iter demente che renderà materialmente impossibile per gli organi competenti eseguire questo tipo di indagine.

Non commento né introduco nulla, non ce n’è bisogno: le parole dei protagonisti (e sopratutto i toni) si commentano da soli.

Espresso: intercettazioni Berlusconi-Saccà ed altre chicche su Rai e Governo >>

Panorama: intercettazioni riguardo la Clinica degli Orrori Santa Rita >>

La Repubblica: intercettazioni riguardo il caso Calciopoli >>

* * *

Per saperne di più sulla Legge Bavaglio >>

Cosa ci resta dei nostri ricordi?*

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In questi giorni, decisa a farmi del male, mi sono messa in testa (e ogni giorno mi chiedo chi me l’ha fatto fare) di portarmi in pari con le puntate di Annozero. Dato che durante il giorno ho parecchie cose da fare, mi riduco a guardarle la notte, col risultato di non riuscire poi a chiudere occhio, e infatti sono le 6 del mattino e sto qui a scrivere (con una faccia sconvolta che è meglio se non la vedete). Due puntate fra quelle viste stanotte hanno riportato alla mia memoria (che sembrava un po’ in letargo negli ultimi anni) due fatti slegati tra loro ma egualmente indelebili. La prima puntata aveva tra gli ospiti Concita De Gregorio, attualmente direttore dell’Unità. Concita ed io ci conoscevamo quando abitavo a Vada dove lei veniva di tanto in tanto al mare. Io avevo circa 10 anni, lei uno più di me. Suo padre, il pretore Paolo De Gregorio, era un caro amico di famiglia. Nei miei occhi di bambina “difficile”, suo padre era un colosso, un colosso buono, il padre perfetto. Era sempre gentile con me, rassicurante e tranquillo, animato da quella pacatezza propria delle persone sicure, che non devono dimostrare niente a nessuno. Inoltre (e per me questo non era una cosa di secondaria importanza) era un magistrato, integerrimo e giusto e capace di profondere umanità in ogni causa trattata (a quei tempi era probabilmente la norma ma ricordarlo in questi pazzi tempi moderni mi mette comunque un po’ di tristezza).

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Per qualche strana ragione, ricordo un’istantanea molto dettagliata di noi due in riva al mare, presso il piccolo molo di scogli di Vada che si trovava tra due bagni, la Barcaccina ed il Lido. Non sono certa se quello che segue sia un ricordo autentico o un artefatto apocrifo della mia memoria, ma mi pare che alla mia domanda “cosa vuoi fare da grande” lei rispondesse subito e senza esitazione “la giornalista”. Nel mio cervellino di bambina ricordo che pensai “come me, la giornalista o l’avvocato” e, guardate, questo pensiero non era tanto campato in aria, perché si dà il caso che a quei tempi mi prendessero in giro dicendo che sarei stata un avvocato difensore perfetto, visto che, a dire di tutti, ero petulante e polemica. A forza sentirmelo ripetere in tono dispregiativo, ho finito per odiare anche la sola idea di avvicinarmi alla magistratura, e forse è stato meglio così, chi lo sa. Ma la giornalista, maledizione, quella veramente avrei voluto diventarla! In verità ho anche cercato, con le unghie e con i denti e da autodidatta e per un certo periodo ci sono pure riuscita, ma ci sono dei limiti per chi è cresciuto in un minuscolo paese senza la guida solida di qualcuno che, vedendoti completamente in palla di fronte al futuro, ti prende da parte e ti fa un discorsetto serio riguardo le tue potenzialità acerbe. Ora voi vi domanderete cosa c’entra la memoria di una amicizia, tutto sommato abbastanza piacevole, con il titolo amaro del post; e io vi rispondo che c’entra. C’entra perché non capita tutti i giorni di scoprire, a trent’anni di distanza che una persona che si è conosciuto ed ammirato da ragazzini sia riuscita a diventare esattamente quello che avreste voluto diventare voi. Guardando la trasmissione di Santoro, per un attimo il puerile pensiero “potrei essere in Italia a fare quello che pochi giornalisti fanno di questi tempi, vera informazione” ha attraversato la mia mente. Chiaro poi che di Travaglio ce n’è solo uno e che c’è giornalista e Giornalista, ma la cosa che per un momento mi ha rattristata non stato il fatto di vedere qualcuno capace come Concita occupare il posto che merita, quanto di scorgere in lei il fantasma di me stessa bambina, con gli stessi suoi sogni e le sue ambizioni ma senza alcuna speranza al mondo di poterli mai realizzare.

Una volta, tanto tempo fa, un’amica mi ha detto che tutti prima o poi tutti finiscono per invidiare qualcun altro, nessuno escluso. Io, dopo aver ascoltato i puntuali interventi della De Gregorio ad Annozero, posso dire che non è vero, ma proprio per nulla. La gioia che provo per lei è ciò che di più alieno all’invidia possa esistere, e sono orgogliosa di averla avuta, anche se solo per un poco, come amica. Semmai è me stessa che non riesco a perdonare, me stessa e quel pensiero autolesionista, così retorico, così qualunquista, che mi fa chiedere: cosa sarebbe successo se avessi avuto un padre come il suo? Cosa ne sarebbe stato di me se chi allora assisteva, probabilmente senza nemmeno accorgersene, allo sbriciolarsi inesorabile della mia confusa, incerta adolescenza, mi avesse preso da parte e dato l’opportunità di capire ch’io realmente fossi, mostrandomi (non con scetticismo ma con fiducia) le mie potenzialità e le mie qualità? Non lo sapremo mai, naturalmente. Forse in un’altra vita, se la  storia della reincarnazione è vera (ma, ovviamente, io non ci credo).

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La seconda memoria è, se possibile, ancora più amara. In un’altra puntata di Annozero che ho visto, c’era fra gli ospiti Marco Pannella. Dall’ultima volta che con Marco ci siamo frequentati sono passati (fatemi fare due conti…) 15 anni. Rivederlo oggi è stato per me, a dir poco, devastante. La vecchiaia non fa ostaggi, e se li fa è perché chi invecchia si ribella con tutto se stesso all’idea della morte, e Marco è sempre stato un ribelle. Eppure, nonostante la difficoltà dialettiche, l’evidente crudeltà non solo del tempo che passa, ma anche dei digiuni e di un’operosità ai limiti dell’autodistruzione, guardandolo in quegli occhi celesti per un attimo l’ho riconosciuto. Perché io Pannella, al contrario della stragrande maggioranza delle persone, l’ho conosciuto più dal lato umano che da quello politico. Vorrei fare un piccolo riassunto: nel 1994/95 vivevo a Milano, e per ragioni del tutto casuali, mi ritrovai invitata ad una riunione del Club Pannella da amici di amici. Quando misi piede la prima volta alla sede di Corso di Porta Vigentina, mai e poi mai mi sarei immaginata cosa sarebbe successo da lì a pochi mesi. Siccome, veramente, a volte il destino si accanisce sugli ingenui, mi ritrovai, dopo qualche settimana, nel mezzo di una tempesta politica di proporzioni bibliche. La sede di Milano aveva dei problemi con Roma (ma io non lo sapevo) così Roma decise di inviare un “commissario” a controllare cosa diavolo stesse succedendo. Quel commissario si chiamava Sergio D’Elia e la sua presenza era, a dir poco, non gradita dai vecchi militanti radicali e questi, per protesta, avevano deciso di boicottare il suo lavoro astenendosi dal venire in sede per tutto il tempo della visita. Il principio, probabilmente, era anche condivisibile, sennonché… beh, a me nessuno aveva detto nulla. Questo si deve ricollegare al fatto che buona parte dei “vecchi irriducibili compagni” detestava l’idea che io, nel mio piccolo, mi dessi da fare più di loro. Una dose di sano nonnismo, insomma. Eppure, proprio a causa del loro aristocratico disprezzo nei miei confronti, la vostra affezionatissima si ritrovò faccia a faccia con D’Elia una bella mattina d’inverno. Io stavo lavorando in segreteria e lui arrivò, chiedendo dove fossero tutti. Gli risposi che non ne avevo idea. Anzi, che non sapevo nemmeno che qualcuno stesse arrivando da Roma. La situazione era ridicola. D’Elia non sapeva bene cosa fare. Io, che non sopportavo l’idea che i compagni della sede di Milano facessero una figura da peracottari con Roma (e se leggessero oggi questo sono certa che non mi crederebbero mai ma io cercavo veramente di salvargli la faccia, vai a fare i piaceri agli ingrati), mi offrii di aiutarlo nei limiti della mia esperienza (che era praticamente inesiste). Quell’offerta e la gratitudine di D’Elia mi catapultò un un mondo parallelo che ancora, a ripensarci adesso mentre scrivo, sembra impossibile. Divenni la sua assistente, aiutata dalla bravissima (e per me indispensabile) Licia Ribolla, prima fra tutti a rivoltarsi al branco per correre in mio soccorso. Siccome il mio compito non era tanto politico quanto organizzativo, lavorammo tutti e tre (ed in seguito insieme ad altri seri attivisti) d’amore e d’accordo per tutto il tempo di permanenza di Sergio a Milano. Ho un ricordo meraviglioso di quei giorni, in sede dall’alba fino a notte inoltrata con la testa china sui documenti e l’orecchio appiccicato ai telefoni, una roba da fare uscire pazzo chiunque ed è in effetti lì che probabilmente ho lasciato buona parte del mio senno, e mi sa pure Licia. Con D’Elia organizzammo una serie di conferenze stampa ed anche il pre-Congresso Interregionale del Nord, un comizio dove intervennero Pannella ed una dozzina di altri esponenti del partito, Benedetto della Vedova (quanto bene gli volevo a quell’uomo!), Max Bruschi (volevo bene anche a lui, ma in maniera un tantino più… ehm… carnale direi), Alessandro Litta Modignani (dallo stile ineguagliabile ed un occhio attento per le scarpe di classe e fra lui e Bruschi facevano a chi si vestiva più elegante) e poi Dalla Costa, Teardo, Sergio Ravelli, Giorgio Inzani, il mitico -veramente- Lorenzo Strik Lievers ed altri ancora che al momento mi sfuggono.

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Benni della Vedova (al centro) e Sergio D’Elia (a destra) oggi

Morale della favola: tutto funzionò come un orologio, e quando Marco ci raggiunse a Milano, venne da me e mi ringraziò del lavoro fatto e poi mi offrì un sigaro che, per l’occasione riuscii a rifiutare -ma il trappolone si sarebbe ripresentato presto e senza possibilità di declinare l’invito, con risultati decisamente esilaranti-. Finito tutto, Pannella mi invitò a Roma per aiutarli nell’organizzazione del 1°Congresso Nazionale dei Riformatori che si sarebbe tenuto all’Ergife dal 16 al 19 febbraio del ‘95. Fu un’esperienza che richiederebbe interi capitoli per descriverla adeguatamente. Roma è una città meravigliosa, specialmente se chi ti porta in giro è un gruppo di pazzoidi attivisti che sembrano usciti paro paro da “La storia siamo noi: il Movimento del ‘77″. Un gruppo di Nanni Moretti al cubo, non so se mi spiego. Credo, senza esagerare, che sia stato il periodo più bello della mia vita. Si passeggiava per la città con la sicurezza (e l’ingenua spavalderia) di chi è convinto che cambiare il mondo si può (e si deve). Pannella mi ospitò in un bellissimo appartamento che metteva a disposizione degli attivisti provenienti da fuori città. Avevo una coinquilina, di cui però ricordo pochissimo, a parte il fatto che era gentile ed aveva orari totalmente diversi dai miei sicché non ci incontravamo praticamente mai. Di Marco ricordo due scene, nitide come se fossero scolpite nella mia memoria. La prima siamo io e lui che attraversiamo una strada larghissima e trafficatissima, credo fosse Milano e credo ci stessimo recando ad una radio dove lo dovevano intervistare. Siccome le macchine sfrecciavano a 100 all’ora, nonostante si fosse in piena città, io mi guardavo da una parte e dall’altra certa che se avessi messo un solo piede giù dal marciapiede mi avrebbero falciata. Allora Pannella mi mise una delle sue manone sulla spalla e mi disse “guarda che se aspetti che ti facciano passare puoi aspettare per sempre” e tenendomi vicina, si mise ad attraversare con un passo talmente solenne, talmente potente, che tutte le macchine si fermarono. Ricordo che gli risposi “eh, ma tu sei alto due metri, a me non mi vedono nemmeno se m’investono!”. Lui rise per mezz’ora.

Il secondo ricordo è di me seduta di fronte la sua scrivania, lui che lavorava sulla sua metà ed io sull’altra. Era lì che mi aveva offerto per la seconda volta il sigaro dicendo “devi imparare a fumarlo, sei tipa da sigaro tu” e come fai a dire di no a Pannella che dice una cosa del genere? Mentre succhiavo quel coso mostruoso, ed il mio colorito toccava ogni gradazione di verde possibile immaginabile (con suo immenso divertimento) Marco ad un certo punto mi chiese cosa pensassi di lui. Gli risposi che io di politica ci capivo poco o niente e lui disse “appunto per questo te lo chiedo”. Allora gli risposi che la sua eredità sarebbe stata dilaniata dagli squali che lui stesso stava allevando e che non facevano altro che girargli intorno. Lui annuì e parve apprezzare il commento. Ero sincera e sono sicura che lo capì. Anche se qualche volta giocava a fare lo stordito, a me non mi ha mai fregato: capiva sempre tutto al volo, Marco.

Ecco; questi due diversi ricordi, quello di Concita De Gregorio citata all’inizio e quello di Pannella, per quanto diversi tra loro, hanno una cosa in comune: la domanda che mi porto dietro da anni riguardo “cosa sarebbe successo se?”.
Ma forse la vera domanda è un’altra: io, chi sono?
Sono l’illustratrice che disegna graziose immagini con cieli turchini e ragazze in bikini? Sono la fotografa che trascorre le giornate scattando gigabytes di paesini toscani/strade londinesi/still life da pubblicità? Sono l’attivista politica, sono il magistrato mai realizzato, la scrittrice satirica, la giornalista che ormai solo sul proprio blog può lavorare?
Non lo so. E non so più nemmeno perché sono qui, in questa città. Probabilmente c’è una ragione, deve esserci una ragione.
Il problema che in questo momento non la ricordo.

Di sicuro so soltanto che avrei meritato di più, avrei meritato di meglio.
Ma infondo non è quello che dicono tutti?

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Ritrovamenti archeologici:

Per chi fosse interessato, sono riuscita a scovare nei meandri della rete, parte della lettera che scrissi quando lasciai il partito. Se siete curiosi la trovate QUI (e un grazie a Licia che, senza sapere che un giorno l’avrei ritrovato, ha salvato dall’oblio questo pezzetto della mia storia).

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* NOTA: il titolo è tratto da una poesia de Kipli che qui aggiungo a chiusura di questo melodrammatico post. Giusto perché nemmeno io riesco a reggermi per più di mezz’ora quando sono triste, figuriamoci voi…

Perduto amore

Cosa ci resta dei nostri ricordi?
Cosa ci resta del nostro perduto amore?
Quando ci siamo lasciati eri alto, magro e muscoloso, con una folta chioma di capelli biondi.
Quando ieri ti ho rivisto eri un nano, grasso, calvo e flaccido, con due orribili baffi incolti e neri…
Ma perché fingere di non riconoscermi?

(1992 Kipli/Corrado Guzzanti)

Radio Days (parte II)

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Non ricordo se ho già avuto modo di raccontarvi questa cosa di me (a parte l’accenno fatto qualche articolo fa) ma tra il 1991 ed il 1992 ho partecipato ad un corso di sceneggiatura organizzato dall’Accademia di Cinema di Milano. Il regista e sceneggiatore Giovanni Robbiano era il professore, una persona illuminata che rimpiango di aver perso di vista perché, come spesso accade, certe conoscenze/amicizie bisognerebbe veramente conservarle quando si ha la fortuna di incontrare gente speciale. Questo purtroppo non accadde un po’ perché rimasi invischiata a tempo pieno in altri circuiti (la politica, che sia maledetta!) e un po’ perché cercando di entrare all’Academia per il piano di studio completo, rifiutai sdegnosamente un’offerta per partecipare alla classe di fotografia cinematografica (io volevo fare regia a tutti i costi e risposi “grazie ma no grazie”, si può essere più imbecilli?) e il mio grande amore con il cinema finì lì. Più o meno. In verità ho continuato a scrivere sceneggiature nel corso degli anni, mai nessuna finita come si deve e mai trovando il coraggio di presentarle ai concorsi seri. Per questo ogni tanto mi eclisso ad ingozzarmi di serial tv e di film: per quanto la mia vita abbia preso tutto un nuovo corso, il piacere di -più che semplicemente vedere- analizzare cinema e tv è qualcosa che difficilmente si può descrivere. E’ come studiare un linguaggio umano per conoscere la società che lo produce e vice versa, qualcosa che unisce semiotica, psicologia, filosofia e storia tutto in una botta sola! Affascinante (e non terrificante come può sembrare) se vi piace il genere.

Dall’amore per la scrittura cinematografica a quello per la radio il passo è stato breve. Scrivere scenneggiature per un radiodramma è un’operazione difficile che comporta, per ovvie cause di forza maggiore, una ginnastica di ermetismo efficace, cioè calibrare con attenzione da orefice i dialoghi (che sono uno dei due unici mezzi espressivi per raccontare la storia) e ragionare in modo creativo sulla parte audio (l’altro mezzo, delegato a trasmettere la parte emozionale della scena). Come nella letteratura in genere, le scuole di scrittura per il cinema e per la radio possono insegnare la “geometria” del mestiere ma lo spunto creativo, il saper cogliere e sviluppare l’idea e sopratutto la capacità di riuscire ad anticipare i gusti del pubblico senza ritrovarsi a scrivere cose che ci fanno orrore (la paranoia per lo share imperversa ovunque, purtroppo), queste sono cose che si imparano solo leggendo molto, guardando molti film e, naturalmente, ascoltando molta radio.

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Personalmente, riguardo appunto la radio -visto che è di questo che volevo parlare poi, si sa, io mi perdo sempre in mille svolazzi pindarici- devo dire che mentre la televisione nell’angolino del mio soggiorno resta perennemente spenta a coprirsi di polvere, la radio al contrario è quasi costantemente accesa. Vorrei precisare che la radio che amo ascoltare è abbastanza lontana dalle questioni legate all’informazione: per quanto infatti io non cambi canale al momento dei notiziari, da alcuni anni a questa parte tendo a diffidare dei telegiornali nazionali in generale e quindi, quando parlo dei programmi della radio, mi riferisco a quelli culturali nel senso più classico del termine, quelli istruttivi o con spunti intellettuali più o meno approfonditi. A tale riguardo, confesso di ascoltare solo Rai Radio 3 e 2 e ogni tanto Radio 24 (Melog, programma su Radio 24 di Gianluca Nicoletti è particolarmente meritevole sopratutto per chi, come me, piange ancora calde lacrime per la cancellazione del suo Golem una decina d’anni fa, raso al suolo dalla stessa Rai, la quale tiene ancora in ostaggio le mitiche registrazioni vietando l’accesso a chiunque, Nicoletti incluso; e qui ci sarebbe da aprire una polemica perché pagando il canone certe cose non dovrebbero essere permesse, ma comunque soprassediamo).
Ascolto questi tre canali perché, nonostante io sia cresciuta a pane e Radio Libere (parlo della fine degli anni ‘70, durante il primo decennio della liberalizzazione dell’etere) ed abbia avuto modo di prendere attivamente parte a questo fenomeno lavorando per un’emittente di Rosignano Solvay (Antenna Erre) nel lontano ‘79, a me le moderne radio -chiamiamole- private piacciono veramente poco. Non che siano organizzate male, per l’amor di dio no! Semmai il problema è proprio l’opposto: a me sembrano diventate delle vere e proprie megalopoli commerciali, il che, finché si producono contenuti intelligenti, può anche andare, ma laddove il palinsesto vede musica adolescenziale o pre-adolescenziale 24 ore al giorno con interventi scialbi e ripetitivi e nessuno sforzo per ipotizzare una seppur minima sperimentazione culturale, allora, permettetemi, rifuggo l’anossia intellettuale e preferisco rinchiudermi in Rai ad ascoltare programmi più costruttivi.

Radio04

Che poi organizzare dei palinsesti intelligenti non significa assolutamente addormentare il pubblico con noiosissimi programmi. Se avete avuto modo di ascoltare trasmissioni di intrattenimento come Fahrenheit o quelle de Il terzo anello su Radio 3 o anche Alle otto della sera, Caterpillar, ed il leggero (ma intelligente) Ruggito del Coniglio su Radio2, saprete che effettivamente fare cultura in maniera interessante, talvolta addirittura divertente si può. E anche là dove l’apporto culturale è più fine a se stesso, dove l’intento non è quello di trattare argomentazioni cruciali ma semplicemente di allietare l’ascoltatore, esistono esempi eccelsi meritevoli del più ampio rispetto.
Avendo raccolto nel tempo un notevole database radiofonico grazie ai podcast della Rai ma anche ad archivi consultabili in rete che, essendo poco pubblicizzati sono ovviamente da pochi conosciuti (vi ho scritto un bel listone a fine articolo), ho pensato di rendervi partecipi della mia collezione pubblicando (oggi e quando ne avrò l’occasione) piccole gemme della radiofonia che molti, probabilmente, non sanno neanche esistere. Niente di troppo impegnato, non preoccupatevi. Anzi, credo che solleveranno il vostro spirito, che in tempi come questi non è cosa da poco. Buon ascolto.

Ruggito_coniglio_icoDa Il Ruggito del Coniglio (di e con Marco Presta e Antonello Dose)

I Grandi Musical (La Compagnia della Rancida – Max Paiella ed Attilio Di Giovanni)

Rai Radio 2 – Odissea

Rai Radio 2 – Alien

Rai Radio 2 – L’Esorcista

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Per saperne di più

Archivio degli sceneggiati di Radio 2 >>

Archivio de Il Terzo Anello – Ad Alta Voce (Radio 3) >>

Archivio di Radioscrigno – Biografie ed altri approfondimenti (Radio 3) >>

Archivio degli audiolibri di Fantasticamente (Radio 1) >>

Archivio di Alle Otto della Sera – radio-documentari e inchieste (Radio 2) >>

Archivio di Fahrenheit, programma su libri e letteratura (Radio 3) >>

… e ancora:

Distillerie Rai – i podcast Rai divisi per programma >>

Su Gianluca Nicoletti  >>

Su Golem >>

Su Caterpillar (Radio 2) >>

Il sito ufficiale Caterpillar >>

Su Il Ruggito del Coniglio >>

Sito ufficiale de Il Ruggito del Coniglio >>

Innumerevoli tonalità di grigio

Oggi, aprendo Skype, ho letto questa frase accanto al contatto di un caro amico:

“Sto sfumando in innumerevoli tonalità di grigio…”

Su su, coraggio Davide, il peggio è passato. Dato che io, dopo una settima spesa a ripercorrere gli ultimi 10 anni di storia Italiana macinando tonnellate di informazioni dai siti di Travaglio, di Grillo, dal Ribelle di Massimo Fini al Carlovulpio.it comincio invece ad avere un pensiero molto in bianco e nero su parecchie cose, vorrei inoculare un’iniezione di colore a quelli che si sentono, anche loro, sbiadire inesorabilmente in un trionfo di grigio.

Bars & Tones di André F. Chocron

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